SCATOLA VUOTA

FICTION IS LIES – IS FICTION LIES?

In Nosferatu di Murnau solo una donna dal cuore puro può salvare Brema dal contagio della peste immolandosi al Vampiro che flagella la municipalità con la sua vorace e occulta presenza, topi inclusi.
Che sia una risoluzione di difficile applicabilità in un’era di coazione virtuale e chirurgia ricostruttiva dell’intimo – chi, dove (e come, per dio?) potrebbe mai farsi avanti? – non lascia dubbi. 
Oltretutto a camminare per le strade vere di asfalto vero della città reale ci si sente sempre più come pesci fuori dall’acqua debitamente filtrata e ossigenata dell’Internet.
Città Reale – una Scatola Vuota.

Quanto poco ci si conosce.
Quanto poco non ci conosciamo.

DUE / rewind

Per il tuo compleanno vai ad Assisi.
Alla basilica del santo accendi due ceri.
Non sei credente, fa freddo, è inverno e i ristoranti sono tutti chiusi.
Che ci fai tu lì?
Riposta: è bello passare tra gli ulivi argento in treno; tira vento; il tramonto è viola e arancio; le stelle perforano il cielo nero. Hai bevuto due bicchieri di vino nella città fantasma, a qualcuno importa?
Compri due cartoline e quattro francobolli, esistono ancora, forse per gli stranieri in pellegrinaggio mistico, chissà.
Vaghi per le stradine spazzate dalla tramontana, la basilica inferiore attraversata da una corrente polare che taglia a filo di pelo il cappotto pesante, ci sei quasi solo tu, forse è martedì. Pensando ai tuoi libri a casa senti ardere una gran voglia di appiccare fuoco e bruciare tutto per scaldarti le mani, ha scopo quindi e quale, scrivere un libro?
Cupio disssolvi ma a fin di bene, il calore ci protegge e salva dalla polmonite.
L’amore è sempre la bestia più calda.
L’amore è sempre la bestia più calda?
L’amore è un asino che nasce per portare pesi, bestia da soma ceduta a chi se ne servirà tra colpi e umiliazioni. E guarda. Ci guarda. In fuga dal padrone violento e ubriaco finisce al circo e prova la sua intelligenza facendo conti matematici per il pubblico pagante; non dura molto ma basterà a guardare, guardare gli altri animali in gabbia che ricambiano il suo sguardo. Batte con lo zoccolo a terra, una due tre quattro volte e indovina il risultato dell’operazione: gli altri in silenzio lo guardano, riguardati.
Ci guardano, le bestie da soma dell’amore?
Quante, dove sono, come si chiamano?
O forse quello non è l’amore ma è quello che diventa quando lo misconosciamo.
Infatti tra fraintendimenti arrivi alla basilica nel sole freddo del mezzo giorno e con il cappotto pesante che ti grava sullo scheletro scendi gli scalini e nell’aria che brucia l’ossigeno dei ceri accesi accendi anche tu.
L’ultima volta era una sera umida e fuori dalla strada hai suonato il campanello non per entrare, sapevi che era impossibile, in quella città.
Per annunciarti.
Cosa ci facevi tu là, te l’eri chiesto?
Certo, e lo sapevi bene.
Al di là del citofono si buttava carta, divelta dalle coste diventava straccia a terra, poi con un cerino dava fuoco a tutto in mezzo alla sala da pranzo, spoglia e vuota salvo il televisore a schermo piatto acceso sul derby o qualcosa di simile tra il nastro della pubblicità e le previsioni meteo, cicloni e anticicloni delle Azzorre, ma non lì, lì no.
Lì il tempo era fermo, una stanza di Miss Havisham nelle ragnatele grosse, tarantole?
Altro che il ballo di San Vito.
Il lampadario di similcristallo (vetro) di Boemia lambito dalle fiamme del falò esplodeva in proiettili assassini ma tutti erano già ai ripari, i piromani della cartastraccia, come si definivano.
Eppure avevano letto, rinnegavano tutto?
Il citofono gracchiò che la festa era finita – è finita la pacchia!
Non capivi.
Era una mossa diversiva, strategica, che cosa?
L’amore non era la bestia più calda?
Lì fuori sul marciapiede di una via intestata a famoso pittore rinascimentale o quasi si gelava.
Si gela, hai detto al citofono, muto e forse anche sordo. 
Non era così, era solo autunno tardo, in una galleria o museo contemporaneo avevi visto delle corna di stambecco appese in alto ad indicare un’ascensione possibile ma solo astrattamente – era questo che voleva dire l’artista con quelle torri verticali e incoraggianti?
Una metafora, certo.
Al tuo buon cuore, diceva senza dire.
Al nostro buon, buon cuore caldo.
Di sangue.
Di sangue pulsante e denso.
Sangue che pulsa nell’ascesa.
Accendi due candele.
Prima una, poi l’altra in quella cripta satura di cera colata e bruciante. 
Fumo. Luce come a natale. Auguri formulati dentro il cranio come su uno schermo iperilluminato.
Bestia da soma che porta il carico, bestia da altura che trasporta solo sé stessa di roccia in roccia a balzi, cuore che pompa il sangue. 
Guarda giù in basso, sul fondo la cartastraccia arde alte vampate di fuoco, sopra la roccia dura la neve.
Compri due cartoline e quattro francobolli per turisti in mistico pellegrinaggio.
Fa ridere, ti chiedi ma non ridi, puoi resistere se vuoi anche senza ridere.
Tra rosari e santini vedi la pubblicità di un ristorante: chiuso.
Poi un altro: chiuso anche quello.
Mangi lasagne dentro un’enoteca stipata di bottiglioni d’olio, il bagno dietro una parete di cartongesso semovente, entri a testa bassa, lasci il cappotto pesante fuori, non c’è il riscaldamento e la porta è aperta sul corso percorso dalla tramontana.
La cameriera è dell’Est, le lasagne al microonde. 
Sa tutto del santo e degli affreschi in eterni colori rosa gialli rosso e blu lapislazzuli.
Blu lapislazzuli, e dice la-pis-la-zulì e sorride mentre conta il fondo cassa.
Brindate alla salute e alla forza mistica del poverello che ha conquistato il mondo parlando con lupi e uccelli e anche con gli umani e il papa altrimenti non si spiegherebbe la fortuna, né il successo, né l’ascesa né le due basiliche – superiore e inferiore, con tanto di pellegrini internazionali anche nell’estate rovente, quando accendere candele è impossibile e vietato.
Mi regala uno scorzone bitorzoluto, la cameriera dell’Est. Lo metto in tasca, dove lo ritroverò il giorno delle ceneri, neanche farlo apposta.
Ho acceso due candele e non me ne spiego la ragione, oppure sì, a pensarci bene, masticando le lasagne al microonde ho avuto una minima illuminazione: che sia il tuo numero, il due? Ma non solo io e te, anche me e me: il doppio lo si porta dentro come per uno specchio innato, creato per partenogenesi.
Come dire che sei il due di te stessa. Come chi nasce dalla testa del padre, tu sei nata da quella della madre, ovvero, in absentia, la tua.
Non è cosa da poco.
Alla fine, è o non è il tuo compleanno?
E no: non ti serve qualcuno con cui parlare.
Tu sei la persona a cui chi ha bisogno di parlare parla, per la legge aurea della reciprocità.

(Come tutto quanto pubblicato su http://www.scatolavuota.com, i diritti sono di Michela Pezzarini)

L’AMICA

L’amica scrive, ti telefona per comunicarti che scrive, ha intenzione di scrivere, sta scrivendo.
Che voglia di scrivere!, esclama a chiosa di ogni conversazione telefonica lunghissima, con lei sono sempre conversazioni telefoniche-fiume che sfociano in un estuario un po’ psicanalitico, o almeno di analisi del Mondo e della sua stupidità.
Così a detta dell’amica.
Come a dirti: 
Vedi? 
Ascolta che ti insegno qualche cosa.
Ti dico io la mia verità e tu non ascolti: ascolta!
L’amica cala spesso dall’alto – ma non lo fa per cattiveria, cattivi sono gli altri, te inclusa, che rendete il Mondo un posto non come desidera lei, l’Amica, con tanto slancio e volontà, un posto ricco, verde e molto omogeneo, insomma un po’ come la Svizzera, o almeno il Canton Ticino – lei cala dall’alto la sua.
Verità – opinione – scrittura?
Poi sogghigna, la senti sogghignare all’altro capo del filo,
ma lo fa come lo farebbe una bambina, senza malizia, senza acrimonia.
Per il gusto di burlarsi di chi, in assenza, non la pensa come lei.
Perché dovrebbe poi pensarla come lei, ti chiedi tu, che ascolti e ribatti come tiri di una partita a tennis, tu che mai hai preso in vita tua racchetta in mano.
Eppure rispondi e lei ti ascolta, o forse non ti ascolta ma smette di parlare quando tocca a te dire.
Ti ascolta, sì, e la risposta è spesso pertinente, se non spontanea.
L’Amica non è spontanea.
La spontaneità è molto sopravvalutata, no?
L’Amica pondera – misura – scorcia – ritaglia asole e cuce bottoni di raccordo.
Ama le zip.
Imbastisce plot scarni ma efficaci, quasi strategici, mirati a condurti là in quel punto dove eviteresti di trovarti con le spalle al muro. L’Amica è giornalista e il giornalista – per un tozzo di notizia – può mai avere pietà?
Non può.
Poi ti invita in quella libreria tutta vetrata e acciaio inox, quando vi vedete, e tu ordini una birra anche se lei beve acqua minerale e te la giura, sbattendo il vetro sul tovagliolo di carta riciclata a onta dell’aplomb tutto esibito al cospetto alle ultime novità della narrativa nostrana e non – come a dire:
Vedi?
Son superiore e non mi frega neanche un po’, di come vanno queste cose!
Intanto i cubetti sciolgono acqua sul parquet lucido, la fetta di limone langue sotto la suola da città.
Scruta un orizzonte inesistente, l’Amica, forse interiore, un orizzonte come a volerti elidere ma senza dirlo:
Quello che non è detto – o scritto – non esiste, vero?
Tu non esisti: non detta né scritta, sei solo un’ombra che presto salirà su un treno e sparirà.
A casa poi ti regala un libro, anzi due: 
Tieni, questo non mi è piaciuto, portalo a casa. 
E il secondo, un libro che parla di scrittura, un po’ come Ecrire di Marguerite Duras.Tanto, si sa che i giochi sono fatti e tu sei fuori, amica cara.
Sorride serafica dalla porta di casa sopra la linea di scarpe e ciabatte; poi l’ascensore fa clunk e tu scendi fuori nell’aria aperta della sera, un accenno di tramonto arancio o forse è solo un lampione allo xeno e, lassù in alto, la finestra che raccoglie, aperta, gli schiamazzi di chi si diverte e tira coca giù nel bar.
Di tanto in tanto l’Amica ti chiama, più spesso sei tu a farla sentire desiderata.
Che voglia di scrivere, ripete.
Non ti chiede se hai letto il libro, a lei non serve, perché lei, l’Amica, scrive già.
Sono parole che non la riguardano: l’amica è una professionista seria in un Mondo di cialtroni che millantano, mentre lei, lei fa. 
Anche nel suo Mondo del tutto verde, un po’ rarefatto e molto omogeneo, trova di cosa scrivere – un oggetto da rendere in parole, parole ordinate e non poco levigate, abrase dall’amore di chiarezza, tutte pulite. Un oggetto di dolore che la ispiri c’è sempre in quel suo Mondo editato dalle cialtronerie che puzzano di vita come mani sporche e unghie non lavate – un Mondo senza sbavature, non smagliato, color grigio perla, disperato.
All’Amica tu vuoi bene, un concetto arcaico, da Mondo contadino, sì…
Lì nella Vera Metropoli non si usa, certo è fuori moda, scaduto come uno yoghurt di latte autentico, latte vero dentro il bicchierino di polietilene espanso, disinfettato e bianco.
Riciclabile, in più.
Per un po’ non vi sentite, niente conversazioni telefoniche.
Niente fiumi che sfociano in estuari psicanalitici di detriti alla deriva, ma pur sempre da qualcun (altro) millantati.
L’Amica è pura e tu provi per lei quel sentimento arcaico; lei è donna del futuro, uranica e tenace, molto pragmatica. Non si concede a sentimenti tanto triviali e ovvi, certo anche un bel po’ banali.
Il bene è scaduto – un bene passato di moda – un uovo da collezionismo fuori tempo massimo, oro o no.
Ora si porta un cinismo pragmatico assai sofisticato 
un gessato rigido da bara, 
un’ingessatura dell’anima che tappa le falle dei sentimenti, di vergogna.
Si porta ora, come una faglia, la frattura che distanzia cuore e cervello.
Pacifica – anestetizza – fa di te imprendibile fortezza.
Per un po’ non vi sentite, niente conversazioni telefoniche.
Poi si riprende a uscire e le dici che sì,
hai scritto.
Senza dire Che voglia di scrivere!, e stirarti le vertebre come un gatto,
hai scritto anche tu un libro, forse un romanzo, chissà.

Romanzo?
Romanzo-non-romanzo… via.
L’Amica non risponde, tace certo in cerca delle parole giuste, quelle più vere e sofisticate per farti un augurio, complimentarsi.
Congratulazioni.
Che bello.
Bene.
Parole vere, perché no?
L’Amica è così felice da doverti salutare in fretta e furia, se ne dispiace, ne riparlerete un’altra volta, ha il latte sul fuoco. Lo yoghurt che si caglia dentro il frigorifero. La chiama il bucato dalla lavasciuga – mutande, candidi corpetti da arrampicatrice in ascensioni da bassa a media quota.
Roba umida da stendere sul filo.
Non brucia la felicità, arde quello che non è detto, quanto non è scritto consuma.
Anche l’Amica.
S.
O del cinismo enigmatico, a te.

NOOR

Altri tempi – erano altri tempi?

Nei giorni in cui infuriava la guerra nel mondo – ci sono stati giorni in cui la guerra non infuriava nel mondo? – Noor era infermiere al Guy’s Hospital, sorrideva benevolo, un po’ timido, ai compagni di classe. Aveva la testa e uno sguardo da animale sacrificale. Un giovane animale paziente ma non rassegnato, non del tutto, ce l’aveva fatta fino lì  – come lui.
Qualcuno dall’alto l’aveva assistito, amici l’avevano aiutato, donne avevano pregato dietro porte sprangate, per lui.
Era arrivato, aveva sentito la mano di quell’aria fredda in faccia come un tuffo nell’acqua giù dalla scogliera, il confine del suo nuovo paese, il limite.
Non era il più astuto, ma era arrivato.
Non era il più cattivo né il più buono, eppure aveva lasciato gli altri indietro. Li avrebbe rivisti?
Sapeva che non li avrebbe rivisti, non qui. Non in questo mondo.
Bellissimo – sfolgorante. Ricco. Veloce. Veloce e ricco. Ricchissimo.
In pace, forse. Di certo. 
In pace?
Gli altri non gli parlavano, lui sorrideva mite.
Non gli rivolgevano la parola: solo se costretti da un esercizio di grammatica in coppia facevano lo sforzo della gentilezza. Recitavano.
Grammatica in coppia: Noor imparava l’italiano ma era solo.
Non gli piaceva il Regno?, nessuno chiedeva.
Ma l’Italia è più bella, scandiva Noor nel pensiero guardandoli – i suoi compagni di corso – con l’occhio dell’animale che manca di parole, ma sa.
Dopo il buonanotte-grazie quelli scappavano via tirati dal filo elastico che il mattino seguente li avrebbe tratti fuori di casa e al lavoro, alcuni pazienti, altri più rassegnati che altro.
Noor sorrideva un saluto a occhio sincero, aperto alla fiducia di chi ha per scudo solo la gentilezza totale, unica acqua da bere quando gli altri hanno sete e anche tu.
Erano tempi aridi, giorni troppo brevi per precedere notti feconde.
Altri tempi che si credevano nuovi.

NELLA CITY

Sotto una luna 

pendula,

solforosa

difficile fare 

oroscopi

– sei ventriloqua,

con le scarpe 

aguzze infilzi foglie

tra i cocci

fili via

è l’ora, le sei.

I cani da lavoro lappano, 

tracannano

pinte, galloni 

illuminati dal neon boreale

di camicie rosazzurre,

aloni alle ascelle

di chi fatica

scanna e si scanna produce 

soldi ricchezza

antimateria 

d’oro e d’argento

qualità eccellenza plusvalore

catene infinite di numeri a maglie pesanti

per fare l’àncora al Morto

– sulla riva del fiume che scorre

i nemici

attenderanno in quiete,

riflessi allo specchio

oltre la fossa di Houndsditch,

dove brucano i secoli esausti.

Sotto la luna solforosa,

etilica

i gorilla da monta

mimano anche l’amore,

lo impiccano ai cappi

delle cravatte da ufficio

chiusi dentro il recinto,

in gabbia ognuno come può

salva se stesso.

Spesso, sì, da solo.

COME

COME quando al bancone alto del sushi bar della Stazione Termini il rap spinto dalla filodiffusione cozza con la guerriglia sulla tastiera a mezza coda a istigazione del pubblico viaggiante – e degli psycho residenti on the premises, yes.
In piena era CCTV gli avventori che scattano click-click-click smartphoto ai sushi rolls restano candidamente ignari della tua penna che li infilza qui, sulla carta un po’ giallina di un quadernino da passeggio e in via d’estinzione.
Uno ha gli occhi azzurri e fa mmmmhhh, buona la salsa di soja, entusiasta – il compagno fa sì-sì con la testa e maneggia le bacchette con un certo virtuosismo da avventore consumato di take-away east-Asia.

Mi commuovono, uomini con bacchette e il crudo del salmone dissezionato live alle loro spalle dietro al vetro dell’industrioso piano di lavoro nero nipponico – potenzialmente più letale, il crudo, dell’ormai rodato virus.

IL SALE, IL MARE

Ti salva Ercole.
Il sole inizia a bruciare e d’impeto ti butti nelle onde che lambiscono la riva – l’acqua è bassa, fai attenzione a non sbattere sul fondo sabbioso, dune.
Dune mosse nei giorni dalla corrente, lo sai ed è un attimo che la costa è lontana, non riesci a rientrare.
Ti solleva il Mare, l’acqua non ti ha mai fatto paura, perché?
L’acqua verde spaventa
l’acqua verde non si vede il fondo, ti spinge più avanti, 
più indietro a un orizzonte che non vedi e ti cerca, tu cerchi con gli occhi solo
la riva.
Solo la riva.
Sei antica, non più futuribile forse se l’acqua – il Mare! – continua a tenerti, male  
ai muscoli
ai polmoni
al cuore
sempre più piccolo, più grosso, più piccolo. Solo il cuore
vorresti sentire nel frastuono di onde e invece il cuore diventa
polmoni nell’acqua
lontano dall’acqua li devi tenere.
Non bere, chi dice che l’acqua fa bene 
fa male?
A testa alta segnali,
non bere, 
non devi avere paura.
Può andare così
è un momento.
L’acqua non conta,
l’acqua sale, l’onda ti tiene 
là, ferma.
Ti agiti a vuoto.
Non avanzi di un metro, un piede, un gallone.
Non avanzi.
Dietro di te l’orizzonte, una riga lontana
poi c’è l’a capo –
alzo il braccio, lungo. Dalla riva Ercole
ti punta, occhi di falco.
Una, due volte alza il braccio, mostra e apre la mano anche lui,
due, dieci volte.
Alzi il braccio, apri la mano, cinque dita come una foglia.
I fichi sulla terrazza assolata, ossa spolpate sul fondo ma cosa pensi
– parole, foglie.
L’altra mano dalla riva afferra un cerchio rosso, si butta verso di te.
Il punto rosso si muove, è una giornata rossa, avanza lento poi più veloce contro le onde, tutta quell’acqua che si agita,
si muove senza ragione.
Respiri, chiudi la bocca, non vuoi acqua dentro i polmoni.
Dentro i polmoni, acqua.
Il punto rosso è una testa con una bocca che urla Aggrappati.
Ce l’ha fatta, temevi di no ma è lì, il rosso ti salva.
Ti salva.
Ercole giovane ti trae dal gorgo, via dalla buca
Non sai il litorale, ti chiede.
Sì è tutto una duna, buche e secche e tu non lasciarmi.
Non ti lascio, spingi – come un parto per uscire dall’acqua, tratta da mani di altri.
Dal Mare.

Ercole si scuote l’acqua di dosso, riprende la sua postazione – guarda il mare.

Non per tutti è fortuna, non per tutti è un tornare alla terra.

LA GAZZA

La Gazza attraversa la strada sulle strisce pedonali, bianco su nero, come si fa a scuola (si faceva, anticamente) bianco del gesso sul nero della lavagna. La Gazza è bianca e nera, le sue penne rilucono nere come una pietra ultraterrena, attraversa zampettando in fretta, forse è ferita, forse per qualche motivo che non ci è dato sapere non può usare le ali.
Così, senza mani, attraversa la strada di asfalto, guardando a destra e a sinistra, come ci insegnano a fare da piccoli (sinistra e destra, ma ci sbagliamo sempre, rischiando la vita). La Gazza, sola, con le sue penne nere, lucide, il becco lucido, gli occhi neri che si confondono nel nero delle piume della testa affusolata, zampetta guardando circospetta il flusso del traffico, affrettandosi sulle strisce bianche su cui spicca come una scarpa di vernice, ma viva. Con le ali, che non può usare.
La Gazza è intelligente, altroché.
La Gazza ci ha studiati, osservati a lungo, capiti.
La Gazza potrebbe farci capire molto, e di molte cose, ma preferisce non abbassarsi alle parole: non saprebbe come articolarle, sono roba da umani, ambigua e ammaliante, stupida. Le strisce bianche sul nero sono intelligenti – dicono alle macchine di fermarsi, senza parole, senza voce. 

Dicono, dice.

HECHO POLVO

Per il tuo compleanno spesso un viaggio – posti separati ma stessa destinazione.
In un Zara ti regalasti pantaloni a tubo rosa Schiaparelli e un golf blu cielo con spacchi per fare occhieggiare le clavicole – era o non era la città della movida?
Era ancora quasi inverno e la sera quattro gatti per la rambla spazzata dalla bora o vento affine, forse siberiano o dal polo, nord o sud.
Ricordavi un localino dove si beveva qualcosa tipo cocktail in abito da sera ma era chiuso, il lunedì dei morti, riposo.
Approdammo a una bettola sul porto: ci portarono senza troppe smancerie un cestino ricolmo di bagigi – c’erano bucce secche ovunque – e una zuppa di mare arancio, salatissima e piena di conchiglie: la zuppa dei Pirati!
Fuori nei vicoli non si accendevano le sigarette e girammo in cerca di non si sapeva bene cosa. La giacca che dal nord ti eri portata per la primavera iberica ti faceva congelare e bevesti un punch, mezzo cognac e un tè bollente su di un rettilineo infinito che terminava contro Montjuìc, collina in città.
Dove erano tutti?
La bora spazzava le strade alla grande.

Il lettino nella camera degli ospiti era per un bambino assente o ancora non presente.
Sognai del mare. Del mare, che con la madre no, non c’entra niente.
Una scatola di cioccolatini di Marks and Sparks per compleanno è una sorpresa vera – love ain’t cheap though, you stingy sod.
Girammo sì tra arte contemporanea e negozi semichiusi, a pranzo non ricordo.
Poi visite agli amici.
Uno che abitava in una casa-hotel dentro un palazzo liberty – non era liberty ma lo stile della città.
Niente male eh, commentava, mi sono sistemato (era casa sua) da last time, quando I was selling my body in Tottenham Court Road.
Era così. Non c’era che dire.
Gioviale, ci offrì del gin all’ora del tè, aveva anche l’acqua tonica.
Prendemmo una cioccolata calda senza panna, che in Spagna non si usa, sotto al bar. Lui si mangiò un churro (churro – non curry – churro) e parlando fitto fitto ci regalò inviti per dieci locali chiusi, era qualche festività nazionale o sciopero.
Happy birthday to me, as ever before.

A cena cercammo in lungo e in largo l’indirizzo nella periferia borghese, dove non saprei ridire, ti sembrava tutta ugualmente assai poco da movida.
Gli altri amici vivevano in un cubo di artista e offrirono verdure gratinate al pepe, jamòn e una zuppa molto fredda: era un bel po’ tardi e il piccolo era a letto.
Dormiva su un ballatoio sospeso come un uovo sopra l’open space.
Hecho polvo, commentò il padre con un tenero sorriso.
Zitta la madre, guatava con un velo di sospetto, matriarcale.
Hecho polvo.

Sempre arriva il giorno dopo, quello della partenza o del ritorno.
Nella Cattedrale lapidi iscritte da lettere squadrate senza spazi tra l’una parola e l’altra, il simbolo dei Pirati anche sull’abside. Tibie incrociate, due, e un cranio a orbite vuote.
Fuori nel mattino terso il vento spazzava dalla polvere quello che resta dell’estate della Città vera – la Città vera dell’inverno che la chiama, muta.

301 – LA CARICA DEI

Un amico, inguaiato con i vizi, ti chiese cinque.
Per pura bontà di cuore sganciasti 300 e 1, ma anche il fondo perduto è sempre ritrovato – lost & found, ci insegna la regina B (for Betty).
L’amico inguaiato stava male – invece della canna del gas, svenne nel letto di un’amica.
Sali.
Cognac.
Sambuca Molinari con la mosca.
La Croce Rossa rifiutò aiuto, aizzata da un’altra amica intraprendente che, sagace, confessò soprusi e abusi al telefono amico della Questura.
L’amico inguaiato si adontò.
Scrisse dalla redazione del tabloid più nostrano – più tabloid di esso, nessuno – parole di fuoco degne addirittura di una Vanna Marchi.
Minacciarono, gli amici, di allertare la Procura.
Si tacque.
Sedicente libero, incatenato al tavolo da cucina stava come il cane alla gamba – piede – del legittimo padrone. L’amicizia è cosa dura a digerirsi per natura.
Frattanto si appellò in corner alla convenzione di Ginevra – non dire, non fare, nemmeno baciare. Lettera e Testamento mancavano soltanto. Chissà cosa aveva capito.
Fumati – o bevuti – i 301 in un cri-cri, l’amico inguaiato si acquietò.
La catena segava la caviglia, mai una gioia neanche ai reietti.
Reprobi ma non tanto confessi?
Chi ulula alla luna non guarda – né morde – il dito!

§

Leoncini da qwerty, di voi lo zoo è stracolmo, diceva la cartolina degli auguri.
Oltre che:

Auguri.