GEMELLE

Figlie di una madre sempre a dieta – le due, noi Due – soffrivamo la fame in silenzio.
Non volete mica diventare grasse!, scandiva dai confini della cucina, quadrata, gialla, senza scopo.
Mangiavamo biscotti di nascosto, la minestra del pranzo liquida, sottile, carne in scatola a sfilacci e poi piselli dalla scatola serviti per la cena, un’istigazione. Uova in padella – frittate spacciate per soufflé, verdure cotte uccise nell’acqua bollente, grigie. Mezzi digiuni imposti.
Si serviva mezze porzioni in piatti da dolce, piattini che Lei riempiva per l’idea di uno stomaco zeppo come un uovo. Beveva acqua da primadonna modesta che finge sazietà, morigeratezza – il suo pubblico la osservava, questa, prima che il girovita, la sua ricompensa.
Di sua Madre, l’Assente, aveva acquisito certe modalità tutte esteriori, che non coincidevano con le forme interne, cavità in cui cozzavano le curve a tre dimensioni di corpi estranei ai suoi spigoli interni, negati e quindi mai smussati.
Perché avrebbe dovuto?
Il Mondo era giusto così, altrimenti non sarebbe stato.
Si nutriva, nostra Madre, della sua mentalità tutta paleolitica, da Grotte di Lascaux, ma guai a nominargliele, guai a fare sfoggio di cultura, a passarle avanti nella competizione delle sue giornate che sfuggivano all’analisi, alla comprensione oscura dei frammenti, mai riordinati, mai per carenza di parole interpretati – vocabolario, diceva in tono superiore, a insulto di chi invece credeva.
Le Due – figlie, noi due – ci facevamo forza di parole, vere.
Imparammo presto a cercarle, nei fumetti dei giornalini, dentro un antico dizionario bilingue inutile ai non-viaggiatori, in certi volumi di Enciclopedie dei Ragazzi e della Donna, Fare e Costruire, i 15, Manuali delle Giovani Formiche – le cicale vietatissime.
Lì, nero di fuoco su bianco di fuoco, c’erano le parole che poi noi parlavamo, tra di noi, noi due, spesso nella notte. Due soltanto, che Lei – la Madre-figlia – non avrebbe mai capito.
Avete tante parole, a cosa vi servono, che ve ne fate, eh? Insultava quando in torto la pazienza si affinava a un filo che cedeva sotto sforzo, il peso di capire un masso.
Questa è Quella che Non Parla, l’altra è la Prima – così ci presentava a estranei curiosi di sapere, tanto per rinsaldare antiche gerarchie.
Primati.
Gelose scale di non-Valore.
Unità di Misura di Casa Nostra, sue.
Tacevamo, per evitare di oltrepassare i confini del suo territorio, bislacco ma esistente.
Negarlo sarebbe stata follia, stupidità pura. Sconfinare implicava pagamenti di pedaggi crudi riscossi all’istante e sui due piedi. Come un Boa scattava sull’attenti, attenta a esigere il (suo) dovuto.
Trasgredire era per i munifici, gli altri – le figlie che Non Parlano, meno generose, più spaventate – trattenevano dentro sé Odio e Avversione, li maceravano in un compost che subiva la solitaria, indicibile fermentazione. Per loro tutto era visto ma non-detto, quindi presente come piombo, fisso come parole stampate sulla carta, scolpite nella pietra, destinate a non muovere di un passo.
Figurarsi a volare, mai più!
Quelle parole non andavano, restavano paralitiche, ferme al suolo, giù in fondo, inabissate subivano la lenta mutazione in numeri, lettere per cifre, quantità a misurare il mondo.
Ognuna se ne andava, usciva da quella Casa, ognuna di noi Due con il suo Regalo, a stomaco quasi vuoto – il mio nutrito di lettere dell’alfabeto in corso – latino per lo più – lei, Quella che Non Parla, la testa ronzante di numeri – pesi, lunghezze, quantità.
Se non parlava misurava, misurare era un’attività incoraggiata dal commercio, onesta e utile alla comunità e alla persona – chi non misurava, come sapeva chi era?
Se non sai quanto, come puoi dire cosa?
Quella che Non Parlava imparò presto a fare conto e cresta, non aveva ancora 5 anni che sapeva libertà: un borsellino con i soldi per la spesa – la borsa a tracolla attraversava sola lo scambio ferroviario, i binari che portavano nelle due Città; comprava pane e latte e una pasta dolce, di zucchero non incluso nella lista.
Hai mangiato la pasta, piccola?
Interrogava divertita, spiritosa la Madre dal banco del suo negozio, i cassetti di proprietà chiusi a chiave, merci in vendita con prezzi scritti a biro blu sul fondo.
La Sorella che non Parla scuoteva la testa, destra-sinistra, sinistra-destra:
No, non Io, Io No.
Imparò a pulirsi il muso piccolo come fanno i gatti, senza specchio con il dorso della mano, bastava poco per avere quello che piaceva, sentirsi almeno un poco padroni di quel poco, spiccioli di felicità.
Del resto anche la Madre a dieta da dietro il banco praticava sconti su richiesta, simpatia, a volte coscienza, la sua, magra e sfinita come una lince al gabbio, l’ultima dello Zoo, laggiù, al fondo.
Le Due – noi Due, ognuna per sé – false gemelle ci manifestavamo al Mondo esterno, brillanti come codici alfanumerici, barre lette al Laser dalla Cassa che scansiona i costi, per noi in attesa di occhi collegati al Cuore che dicesse non il prezzo ma il valore.
Pelle e ossa ma di carne, aria respirata. 
Oro che era tutto ma meno che divino.

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