YOD

Quando mi recai a colloquio dalla Lirica, lei accettò il mio dono – una penna bic d’annata, multicolore. Non avevo nella sacca che i suoi libri dal Libraccio, me ne accorsi tardi, delle etichette verdi a dire metà prezzo sul retro della copertina. 
Fu una gaffe, ne feci altre.
Lei, bionda e tonda, una Susanna tutta panna dolce e famigliare, finse di non vedermi, poi si arrese e mi sorrise, smagrita e esaltata dopo il reading alle amiche lesbo nel foyer di quel cinema diroccato e chic. I due cuori smaltati di rosso ai lobi calamitavano sguardi amorosi, i piedi calzati in zoccoletti da fiammiferaia squillavano, finto modesti, la nota del carminio, femmina in estro, come la moda detta e l’inclinazione vuole.
Autografò gioviale e fantasiosa con l’estro di una bimba alla sua festa, bollicine uscivano dal naso gassate e frizzanti come da gazzosa al banco, e il juke box suona di Al Bano e Romina il disco – Felicità?
Vivacità, sicuro.
La Lirica era molto simpatica – la Simpatia era la sua cifra.
La sua poesia più cupa finiva in un crash di lamiere in cui periva l’amato suo, ma ridevamo tutte, come mai? Era grandioso.
Solo poi pensai che il complimento sincero poteva suonare falso – perché spesso nell’arte il risultato non è garantito, e lo decide il pubblico. E tu ti adegui, e dici sì sì, felice di farvi ridere tutti, sono un animo tormentato ma ironico, non cattivo, è solo che della tragedia colgo l’affaccio comico. Sono rara, non capita mica tutti i giorni.
La Lirica voleva essere voluta bene.
Come il pop, che un po’ fa pensare ma senza esagerare – l’essenziale è piacere.
Divertire con intelligenza, anche se lei mai avrebbe usato la parola – astuta e intelligente – ma piuttosto avrebbe detto: Pop. Come una musica da bar, da estate al mare, da baci in spiaggia e coni gelato rubati dal congelatore.
Unicorno, chiamava il suo animo duro e saturnino, venato dello zucchero di caramelle rosa acutissime. Ardite ma non ardue – Mon Cheri con la nocciola da succhiare, alcolica e salata.
Andiamo a bere qualche cosa?, propose un fidanzato-guardaspalle a proteggerla da perturbatori o fan appiccicose, neanche fosse la star del rap.
Aperitivi rosso cuore-amore in calice, chiacchiere con le altre Liriche. 
Intrusa, ignorata al più, non offrii il secondo e attesi. 
Feci per partire dopo un’ora e lei riprese vita, a quel punto mi doveva trattenere.
Zodiaco, data, ascendenti – si era assentata a digitare, Lirica ma collegata al Mondo.
All’andata si era sbilanciata sulla solitudine di Greta – Garbo –, crepata nella solitudine più estrema a detta sua, e le doti di noto pornoattore italico, grande uomo, grande amante, uno a cui piaceva far l’amore. Un benefattore!
Erano le sue frecce – venivo in pace, ma non mi voleva lì.
Venivo in pace ma lei sapeva ciò che non potevo dire. Ero per lei l’amata dell’amante assente, l’Altra – un’altra, finta o falsa più presente.
A sé stessa, se non altro.
Acquario, Venere in Ariete – ma che cos’è, davvero, l’amore delle Amazzoni!
Incassai il colpo quasi senza accorgermene, da neofita alla tavola del poker con la mano fortunata e non saperlo.
Venere in Ariete, passione sfolgorante, fiore bruciante e primo, unico, vincitore – con un sole freddo, portato all’amicizia, alla condivisione umanitaria e all’interesse. 
Un incastro imperdonabile per lei, doppio cancro con una luna fredda al pari del mio sole. Inveì contro le madri intellettuali – la sua psicanalista – troppo dimentiche dell’affetto ai figli, come lei, bimba abbandonata alla tv.  
La tv a casa mia era vietata e in bianco e nero e sono diventata troppo presto madre – e padre – di me stessa per sciorinare vittimismi. Ciò non mi rese amica ma mi collocò.
Nella pioggia di frecciate – cos’era, invidia alla rovescia dell’Autrice per la sua lettrice? – iniziai ad aprire l’ombrello a scudo, e alla luna in Vergine, intuito duro e cementato, sbottai che era lontano dalla verità anni luce. La mia è una luna mercuriale e nella profondità della casa ottava, sensitiva e misteriosa, ma lei che ne sapeva?
E Giove, Giove dov’è?, rincarò fiduciosa – non aveva ancora finito con me, che mi mettevo lo zaino in spalla.
Non lo so, chiusi. Lei si era studiata lesta il cerchio intero, incluso Giove e il sole forte ma isolato, su cui batteva e ribatteva, con gusto marziale.
Una mia cara amica, anche lei Lirica, ha un tema splendido, pianeti bellissimi ma – sole isolatissimo.
E cosa vuol dire, chiese il fidanzato che diceva Young per Jung, e sproloquiava sulla donna fredda dopo una vita dietro le gonne della donna calda – a detta sua, come un brusio di fondo. 
Sole isolatissimo è come il vicino di casa che abita da solo e nessuno sa cosa fa – nessuno gli parla e nessuno lo conosce, che brividi. Le dico, spedisci la tua poesia all’Adelphi, ma lei niente da fare. Non fa, resta lì, ferma. E rabbrividì rinfrancata, trafiggendomi di un’occhiata brillante impugnato il collo di bottiglia, verde. 
Vienimi a trovare quando passi per la città di M., e si strinse a me per un fotoritratto della bella serata, dopo la foto di gruppo con le altre Liriche che fumavano una canna mezza spenta.
Ho fame, andiamo a mangiare, intimò all’accompagnatore.
Me ne andai, i miei due Yod in tasca come un dito – due dita a V – da non tagliare. 
E offrire.

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