Il Mito

In life – unless born in some God-forsaken place – we often get what we wish for. Watch your wishes! (cit., the Good Witch of the West)

Da cuccioli giocavamo in tre. 
Di là della rete un tizio, mani in tasca, ci guardava giocare. Ci studiava. 
Noi, piccoli analfabeti, non sapevamo che c’era chi leggeva altro che i libri. C’erano Spiriti Affamati che dovevano per forza ingurgitare, ingoiare materia, roba pulsante di vita.
Materia umana. Grossi canyon di stomaci vuoti si aprivano nelle loro viscere la notte, la mattina correvano fuori, si affrettavano alla meta, si appostavano.
Non chiedevano molto, guardavano.
Noi cuccioli giocavamo in tre, e diventavamo il gioco. Tre uniti da sogni e sangue, non temevamo il Mondo – impossibile, del Mondo conoscevamo solo quel quadrato di giardino, il cancello chiuso a chiave, il traffico vietato delle macchine, la macelleria di fronte, sull’altro lato della strada, in cima ai cinque, sei scalini bestie appese ai ganci, irriconoscibili. E prosciutti, mortadella, carne che diventava macinata e poi nel piatto con il purè di patate, il sugo di carota sedano e cipolla. Questo sapevamo, poco più.
A qualcuno, a scuola, ripugnava il purè. Mai la ciccia saporita col sughetto dell’hamburger che noi chiamavamo Svizzera, chissà perché, ma le bistecche no, nessuno le voleva, le sputavamo di nascosto a bocconi nel tovagliolo nascosto sopra le ginocchia sotto il tavolo – puh. La Svizzera era cotta in padella tra due carte tonde che si staccavano raggiunta la temperatura e il grado di cottura. Non erano commestibili, e nessuno si sognava di ingerirle.
Eravamo bambini analfabeti o quasi, non eravamo mica stupidi.
Mamme, nonne, ce la compravano per farci mangiare la ciccia – Dovete crescere, se non mangiate la ciccia non crescete! Minacciavano.
Noi sapevamo che non era vero – e infatti puntavamo i piedi e serravamo bocche davanti a fette sanguinolente cotte a cuoio o animali con forma di animale, leggi pollo e coniglio, che conoscevamo di persona ed erano amici personali, con piume, pelo di velluto, occhi di seta, movenze e pensieri che erano i nostri. Paure.
Ci rifiutavamo, categorici.
Ma la Svizzera, era una polpetta piatta e profumata, sapida, calorosa.
Ci piaceva, tolte le carte tonde. 
La mangiavamo anche con le mani, dentro un panino, tra due fette di pane tagliato per noi.
Buono, eh!, incoraggiavano le Guardiane, responsabili della nostra crescita, incoraggianti.
Mangia, mangia!, rincaravano, stuzzicandosi le gengive con lo stuzzicadenti Sayonara, di finto bambù, cambiando canale da un Tg al Meteo  e viceversa, fiduciose nel tempo e nella storia, anche contemporanea, tra sigle che ci sembravano un codice cifrato, Di Ci, Pi Ci, Pi Esse I. Roba noiosa.
Ci pulivamo le mani nella tovaglia di nascosto e correvamo fuori, ancora con il boccone in bocca, se non se l’era mangiato il cane nostro complice ma non vegetariano. Il gatto masticava troppo lento o scappava via con la preda stretta tra il canino di sopra e quello di sotto, abile, ma sgamato dalle Guardiane. Occhio Assoluto.
In giardino potevamo discutere in santa pace: chi vota tua madre?
La mia Di Ci.
La mia Pi Ci.
Ma va là, è la stessa cosa!
No che non è la stessa cosa!
Sì invece!
E via così, fino al gioco successivo o al pianto che seguiva lo spintone o il pizzicotto del più prepotente o esasperato nella Gara alla verità.
Non tutti vincevano, anche se alle Guardiane piaceva pensare così, livellando verso l’alto la nostra vita fatta anche di miserie e primati indescrivibili.
Il tizio non si faceva vedere per giorni e giorni e poi ricompariva.
Incappottato d’inverno, infagottato in una tuta da idraulico nei mesi dell’estate, prima delle vacanze al mare. Chi era, chi non era?
Non ce lo chiedevamo, noi. Talvolta si presentava con un completo a quadrettini stazzonato – non sapevamo stazzonato, l’abbiamo imparato dopo. Forse non c’era nessuno a stirargli i vestiti, forse dormiva in treno per venire fino là. Forse era un poveraccio che non aveva la tv, o altro da fare, o forse viveva lì, anche lui. Insieme ai gatti randagi. O la Mamma.
Forse era il guardiano, no, un poliziotto certo no, sei matto?
Allora un Marziano. Erano gli anni della Guerra Fredda e c’era bisogno di un capro espiatorio che distraesse e attirasse l’attenzione, tanto per alleggerire l’atmosfera.
Un alibi, come l’asma di Proust ma più allegro, del resto su Marte ci poteva essere acqua e vita – per la vita serviva l’acqua, questo l’avevamo capito. A tavola ce la davano con la frizzina e non la bevevamo, ma era necessaria.
In tre giocavamo ai giochi che si fanno in tre: la famiglia; la guerra; gli innamorati. 
Negli innamorati il Cugino si innamorava prima di Una e poi dell’Altra.
Come si capiva? Passavamo, prima l’Una e poi l’Altra, e facevamo cadere un fazzoletto. 
l Cugino era Zorro e lo raccoglieva – amore a prima vista. Coup de foudre tout court a ciel sereno.
Poi di solito ci chiamavano per la merenda, ma prima bisognava lavare le mani, nere.
Il Tizio, il Marziano, lo chiamavamo l’Accompagnatore: perché sapevamo che non eravamo soli e lui era lì per noi. Anche se restava muto e forse sordo a qualche metro di distanza, sapevamo che gli importavamo. Ci teneva, a noi. 
Sennò non sarebbe stato lì.
Con quei vestiti, con le mani in tasca. Lo sguardo fisso, come davanti alla tv.
A bocca cucita.
Che cosa avete fatto oggi?, chiedevano le Guardiane tra un pranzo e una merenda.
Silenzio. Niente, confessavamo spicci. Ma ci veniva in mente lui, l’Accompagnatore e quelle mani che non ci mostrava, quello sguardo da fedele telespettatore.
Un giorno, eravamo in cinque ma non per l’occasione, comparve con una t-shirt di Mork da Ork, Nano-Nano! Mork era seduto a gambe incrociate sopra il suo grosso Uovo, in maglietta a righe, bretelle e scarpe da basket. Pallacanestro.
Ci fece anche ciao-ciao con la mano.
Scappammo a gambe levate.
Sudati in acqua, raccontammo che girava libero un grosso cane feroce, avevamo avuto paura!
Non osammo nominare il Marziano, l’Accompagnatore.
I Grandi – le Guardiane – non avrebbero capito.
Ci avrebbero vietato di uscire, il giardino sarebbe diventato off-limits.
Forse era davvero un marziano, hai visto che aveva la maglietta di Mork, grande!
Ti fa paura?, bisbigliammo alla Sorella.
No, rispose guardandosi la punta delle scarpe, o forse un ginocchio sbucciato ma non per colpa sua, c’era un cerotto color carne un po’ scollato. Il Cugino disse che intendeva allertare la Pulizia col walkie-talkie, non si sapeva mai.
Lo presi in giro, lo chiamai Fifone.
Se la prese un po’, e insistette coi walkie-talkie e lo sceriffo, fanciullo del West.
Si era appuntato la stella sul petto, è sempre stato prono al potere, infatti farà carriera ma ancora non lo sapevamo, per fortuna.
Alla fine era solo un pezzetto di carne, che ci aveva mostrato – il Pisello!, aveva sghignazzato il Cugino mentre scappavamo lesti, trottando puledri verso casa.
Ma non volevamo sollevare un polverone.
L’Accompagnatore, il poveretto, si sentiva solo.
O non aveva la Tv.
Altrimenti non sarebbe venuto fino là a mostrarci quello che teneva dentro le mutande, no?
Ogni tanto, nei momenti di fiacca, ci raccontavamo quella storia, un segreto.
Meglio non dirla alle Guardiane, loro non sapevano.
Cosa voleva dire sentirsi soli, e non avere la tv.
Noi almeno eravamo in tre.

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