MER MAID

M.
Che cosa farai da grande?
Il bibliotecario: da topo di biblioteca starò sicuro al calduccio tra coste e rilegature, oggetti in via d’estinzione, me ne nutrirò. Partorirò tra le pagine, alleverò i miei piccoli sorci di carne rosa negli stracci di carta, polpa di alberi morti tanti anni or sono, materia vietata per legge in contumacia insieme alla colla di pesce, di legamenti di altri mammiferi, all’inchiostro di seppia e di chimica prima di quello elettronico, insapore, non commestibile.
Ogni tanto chiamerò qualche amico al telefono, la fuggitiva, il meteo per conoscere il tempo, il clima del tempo là fuori, dentro i pericoli.
Mi annoierò?
Mi annoierò di sicuro. Mica leggo tutte quelle parole, arzigogoli di lingue sepolte mai conosciute né sentite né viste. Io canto, canto l’unico al Mondo come mia zia Josephine, pazza e bellissima. La Poetessa, dicevano. Dicevano di lei.
Dico – scrivo – roba breve. La roba lunga la lascio agli altri, ai corti. Loro san ben come si fa.
E rideva, con la gola tesa, una risata che finiva in un frinito come di grillo prima di alzarsi in un trillo di note discordi, atonale, chissà, mica lo sapevamo e poi cosa significa, non si era alla Fenice. Tendeva la gola e gorgogliava un grido che chiamava canto, quel poco che parlava.
Mia Zia – Josephine – mica parlava.
Parlava poco.
Per questo canto, diceva. Perché non sono brava con le parole.
Beati voi, che sapete. Come fare. Che sapete come fare.
Gli altri la guardavano interdetti o sgomenti, il pubblico. Sembrava più paura, quel sentimento tenace che ci attraversava il corpo come una scossa, vorrei dire, vorrei dire come una scossa ma non era quello, era un veleno che non capivamo.
Vi guarisce, tordi – concludeva sbrigativa lei quando si riprendeva dallo svenimento. Si accasciava al suolo come un cencio, uno straccio. Giù, al suolo, molle. Le si vedeva la pancia coperta di pelo bianco, la coda rosa lunga e avvolta su di sé come un lombrico, o un ser-pen-te. La punta scura, nera, come intinta in qualche pigmento, se non melanoma, impossibile senza luce solare, mi pare, però.
Tabù. Serpente non lo diciamo, non si può dire, non lo nominiamo invano mai, noi.
Poi rinveniva, Josephine. Sbatteva la porta alle spalle, muta o ammutolita, non parlava per mesi. Anni alle volte. Era pazza, l’ho detto.
Ho ereditato tutto da lei. Familiarità eterozigote, mi pare. Cura non c’è, e se ci sarà non sarà certo mutuabile. Malattia rara, chi ce l’ha se la tiene. Cara, anche. 
Senza di lei, niente arte.
E un Mondo privo di arte può essere?
Certamente e come no, basta avere la fantasia dei piedi per terra: procedere coi piedi di piombo anche aiuta, a estinguere i geni, il Dna che porta il cromosoma malato, il K, come la vitamina divina. Il gene K è divino, che ce ne facciamo? Un meteorite, un sasso volante.
Eppure, eppure.
Ce ne facciamo. Sì.
Cantiamo, no?
Chi con, chi senza appendici. 
Canto – breve – perché non sono brava.
Con le parole, diceva.

A.
Alda M., la poetessa – senza saperlo / andava dal Gran Letterato – lui le dava le mance, belle mance, una manciata di carta, cartamoneta sdrucita che lei, Alda M., la poetessa, chiamerà poi negli anni lauta mancia. Non la colpiva l’alleggerirsi del Gran Letterato di quella moneta, anche lei gli portava cose scritte su carta. Non solo: per avere la mancia c’era l’intimità, lo scambio, l’affetto.
Come fa la tua gatta quando esce la sera e non tocca la ciotola in casa sotto il lavello della cucina e ritorna satolla. Se torna. Quando torna è con te, contenta di essere a casa.
Ma prima esce, deve andare a cercare la mancia, l’intimità con chi non conosci. Ma lei sì.
La chiamava Sirena, il Gran Letterato la chiamava così. Si-re-na.
Sei bella bella bella – spogliati voglio vederti. Vieni, sei polpa. Sbucciati e fatti mirare, così a occhio nudo. Toglieva gli occhiali.
La poetessa senza saperlo toglieva la buccia alla polpa che era sotto o sopra quei fogli di carta con su le sue parole, le sue, che lei non diceva perché non era brava. 
Bu-bù-sèttete! faceva il Gran Letterato da dietro il divano su cui si era spiaggiato prima del nascondino per spaventarla. Lei stava al gioco, che le costava? Lui era contento così.
Bu-bù-séttete e poi Cucù cucù cucù come il cuculo che si fa rincorrere al gioco dei quattro cantoni e lei sbadigliava ma poi rincorreva da poltrona a poltrona nello studio ingombro di carta volante e ammassata in risme e risme come per la cartapesta.
Bimbo, il Gran Letterato scalpicciava e cucù cucù, faceva il gioco dell’acchiappatutto, quel po’ che poteva. La poetessa senza saperlo rideva, lo chiamava mio piccolo, piccolo mio vieni qua dalla tua mamma, vieni a fare la pappa, a bere, non hai tanta sete anche tu?
Il Vecchione, scalmanato, attaccava le labbra al seno della sua bella mammina e poppava mentre lei, la sua giovane mamma, liberava la fronte, scostava i capelli e li accarezzava/ bianchi bianchissimi.
Anche loro.
La poetessa, Alda M., sorrideva beata. Quanto poco bastava alla felicità!
Chi non vuole la Mamma?
Piccolo bevi, bevi tutto quello che puoi, domani te ne porto dell’altro, lo sai.
A occhi chiusi il Gran Letterato al settimo cielo, la mano frugava la tasca per la cartamoneta che assicurava tanta delizia, divina.
Tra i bianchi c’era un capello rosso, grosso, tenace, che scendeva fino al centro del Vecchio, un ombelico, un cordone di vita.
Nell’ombelico dell’eterno mare chi l’aveva mai detto?
Anche il Gran Letterato era stato un embrione, legato alla placenta dal suo funicolo già vascolare, poi cicatrice.
Ancorato come un bastimento carico di.
Questo e quello, carta per lo più, polpa di alberi verdi, polpa vivente.
Cuore.

K.
Come la Vitamina il simbolo del meteorite – una ferita che fa galoppare, rallenta.

/
La freccia nella rotula dell’anima sanguina, chiama il Serpente a guarire.
Non si risana mai, così è.
Lasciò le calze azzurre a rete da sirena nei bagni del Palazzo Reale in pegno di uno scambio con l’ignoto: lunghe, nessuno le avrebbe indossate ma usate per pescare pesci d’aria, sogni grandi e piccoli come sardine o salmoni rosa contro la corrente per le uova, per amore sempre. Se crescono le gambe, le Sirene pescano nel cielo aperto come il mare, così tornano a casa.
Nuotava lui: noi figli guardavamo da terra – senza speranza. L’acqua ci faceva paura.
Anche delle Sirene d’acqua dolce, avevamo paura.

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