L’UOVO

Tua sorella è morta e ti ritrovi in casa tua figlia. 
Ha quel modo di scuotere i fili dei capelli dal viso, dalle spalle che è un dispetto.
Con le unghie piccole a conchiglia stringe le punte delle dita attorno al cucchiaino, dall’uovo si porta alle labbra il tuorlo liquido, irrita come ammoniaca, napalm.
Guarda fuori cosa guarda, il bel niente non c’è niente da guardare e lei guarda, l’uccellino sul davanzale, a bocca aperta sogna, perde tempo persa nei suoi sogni, beata lei, beata.
Tua sorella è morta e te la ritrovi in casa come un tesoro. Dicono che il tesoro è dentro, dentro di noi ma se è così vicino perché è tanto difficile trovarlo, perché tanto difficile raggiungerlo?
Una è morta, trovi lei, il faccino aperto e chiuso, occhi neri sul bianco, ovale, quasi la faccia dell’altra, la sorella morta senza figli, amata solo dal cane, morto anche lui.
Why does my heart /beat so bad? canta la radio intanto. Why does my soul /eccetera.

La sorella non c’è più, te la ritrovi in casa. Muta, fumi davanti alla finestra, tua figlia guarda fuori.
Prima di morire, prima della volta buona, tua sorella l’avevi vista vivere con la persona bellissima nella città lontana – una città grande si percorreva in alto ad autobus, pioveva. La persona bellissima era uno di famiglia, aveva detto un marito che la sapeva lunga sui legami, specie di sangue.
Leggerai queste parole, ma non sei tu la sorella?
Che comunque è morta, dei morti si parla poco e si dice sempre bene secondo tradizione, o male ma dietro porte chiuse, in ovvia assenza. Nell’intimo di cucine dai muri gialli, piccole. Il giallo è il colore del tuorlo, il tuorlo è il colore dell’oro, l’oro è il colore dell’invidia motore del Mondo, a prestarle un orecchio di fretta.
La figlia è davanti alla finestra aperta.
Il davanzale un invito a fermarsi o partire, senza ali precipitare. Fumare ti fa male, la vita bene non fa sempre neppure lei, lo sai. Ma non dici.
Dovresti dirlo – dillo!
Taci, ti asciughi le mani sul grembiule.
La persona bellissima parlava la lingua dell’amore, un’altra lingua. Come le canzoni.
La sorella se n’è andata, l’ha lasciata là da qualche parte, qualcun altro ascolterà. Poi si è ammalata, è morta – non si è ammalata, è morta lo stesso.
Da fuori non entra niente solo aria umida.
Cosa guarda – l’aria umida?
Pazienza, datemi tanta pazienza.
Intinge un bocconcino di pane nell’uovo, è bambina ma ha il potere della morta, la morta è lì e non intende andarsene. Chi la pensa mai?
Pensala meno, meno di meno, ancora meno. Nutrila da dentro, guardala in tua figlia.
Non dice quanto sente ma dice i suoi pensieri, idee che tu non sai.
Ti manca?
Non ti manca.
Meglio senza.
Accendi, espiri.
Ditine intingono, portano alla bocca.
Hai partorito – chi è nato – è nata tua sorella.
Non subito, la matrice ama nascondersi e la prima lettera non si dice, diventa altro nel tempo.
Imbambolata – cosa guarda?
Guarda quello che fai – Alza i piedi quando cammini – Cadi – Parla chiaro – Alza la voce – Non ti sento! Quella è la porta. Quella è la porta, chiusa a chiave da dentro.
La finestra è sempre aperta sul mondo umido, tutta acqua infiammabile, alcol.
E’ acqua impossibile il mare, la pioggia ti dice tua figlia, le rispondi distratta.
Allora scrive un biglietto, lo nasconde sotto l’uovo, il portauovo.
Il fazzoletto parla meglio di te.
È morta la sorella, in casa c’è tua figlia amata come nessuno prima mai: se avessi avuto maschi non avrei saputo come fare, hai detto. Ripeterai negli anni.
Meno male che siete femmine, almeno voi.
Meno male che è andata via. Si respira.
Mamma, dice la bambina e si lega i capelli, si alza da tavola, va.
Guardi il cucchiaino, il guscio vuoto, un minuscolo origami.
Gru in volo.
Svuoti nel secchiaio il bacile dell’acqua sporca, gorgoglia giù nello scarico, schiuma e tutto, pulita. 
Come ti piace l’uovo? Quasi crudo e con due grani di sale.
Due di numero.

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