IL MITRA

Strappa da te la vanità – anzi, la verità.

Dentro di me un soldato – ardo del fuoco di guerra, sono stato molte volte in battaglia, eppure –
come l’agente Cooper in Twin Peaks – agente speciale: l’FBI sono io! – ti svegli nel bosco una foresta, mai visti tanti alberi insieme. Il colore è verde, foglie frusciano alte contro il cielo, sento l’odore della terra, umido e duro sotto la schiena all’addiaccio, come la lepre sto nel covo al riparo di cespugli o ciuffi d’erba sotto il cielo aperto a riposare, quando è giorno.
Ho la schiena rotta.
Il ventre vuoto, le gambe come le gambe dell’Uomo di Latta senza cuore ma ce l’ha, nella scatola del petto batte forte tùm – tu-tùm – tùm, un tamburo tra le truppe in sosta forzata di una marcia forzata nell’ascesa.
Poi si scende ma non sai mai quando, quanto passerai sotto le stelle, accese se va bene ma fa freddo, gela.
Chi porta le scarpine rosse?
Perché penso a questo, mi domando.
Dentro gli scarponi non sento i piedi eppure è giorno, mastico il tozzo di pane, bevo l’acqua. Qualcuno passa un thermos, caffè, vietato accendere fuochi.
Vietato parlare.
Chiudo gli occhi, guardo oltre il verde sopra me.
Ero bambina, mi tagliava i capelli. Corti, cortissimi.  Così non sudi, in inverno un berretto di lana a evitare la polmonite. Dal bonsai si impara presto. Tagliare, contorcere, costringere. La vita cosa credi, fare agli altri. Cedere oppure opporsi, lottare.
Guardavo, non parlavo. La parola è arrivata dopo, c’era chi parlava per me.
In marcia, siamo una truppa sparuta, quattro gatti armati.
Muoversi – muoversi!
Avanti – marsch!
Non sento i piedi, vado. Dall’alto corri nudo nudo, nudo alla meta, corri nudo dice, ripete. Questo o altro, non so. Lo sento, seguo gli altri, marciano avanti. Quale meta?
Marciamo da giorni, da sempre.
Dove si va? Si va avanti. Si sale, quando c’è luce. Poi si dorme sulla terra, avvolti nella coperta, la testa sullo zaino, gli scarponi ai piedi. Sul petto tra le braccia l’arma, dove scorre il sangue. Scorre il sangue, finisce nella terra. Dentro le scarpe. 
Qualcuno – ma chi? – porta scarpine rosse. I piedi infilati nelle scarpine rosse. Magia.
Sotto le suole grosse sassi, pietre.
Sopra stelle che non si vedono, foglie, ultrasuoni.
Animali che dicono cose che nessuno capisce, di giorno.
Ordini, silenzi.
Sigarette non fumate, quello che non ti uccide ti ingrassa. Così si tempra, dice la Madre. 
Poco dura alla sua penna tempra, Dante. Imparare dai Grandi – se impari dai Grandi ti prepari a diventare grande anche tu. Prova a diventare grande, e vedrai. 
Farsi il culo, dicono, quelli alla scrivania. Unghie pulite, decaffeinati, penne alla mano, tra pollice e indice, forse anche il medio. Tasti con lettere, numeri, parole che scrivono, beati. Beati loro.
Uccide più una parola di, che una raffica di. Dove, su quale pianeta?
Una raffica di parole, non siete mica pacifisti. 
Sparate a salve per spaventare chi, il Nemico?
Conoscerlo, il nemico. Nudo, nudo alla meta.
Scrivete questo: nudo alla meta.
Stringo l’arma sul cuore, scorre il sangue, pompano vene arterie le coronarie come spine, inalo giù forte spingo la luce ultravioletta, la bevo profonda dal pozzo, questa è l’acqua e questo è il pozzo, spingo giù nei polmoni irrorati di sangue anche loro, tutto dentro è rosso, rosso e bagnato. Sguazzano gli organi nel loro mare salato, azoto, potassio, molecole che non si dissolvono, mai.
Sei forte, ti scindi in molecole appena non ne puoi più. Anche tu.

A occhi asciutti ti interrano, batte la pala sul duro del fondo, strappa radici.
Nel buco finisci, non senti freddo, né mani né piedi. La terra dentro la bocca, negli occhi, in fondo alle orecchie, ti mangiano piano, ti digeriscono. Diventi altra cosa, cose, tanti anche se eri uno, come le stelle, materia. Energia – elettroni, protoni, si attraggono, respingono. Muovono, commuovono. Quelli alla scrivania con i tasti sotto le dita, manca loro punteggiatura per dire. Non le parole ma i segni magici che connettono quello con questo scarseggiano, bisogna inventarli. 
Per dire esatto tieni solo i segni più semplici. Gli altri ancora non hanno forma, sono nel vuoto, nelle pause, nell’intonazione del dire.
Commuove l’energia animale più di quella atmosferica, scarica la folgore, allora si piange sul fuoco. Sul fuoco versato.
Esplode la raffica, qui solo a parole. Dovresti togliere anche le virgole tenere solo il trattino – un taglio. Così. 
Lo sapeva bene la Piccola, armata nella sua camera sorella di claustrofobia telegrafava col Mondo, senza che il Mondo sapesse. Sapesse mai troppo.
Scrisse una lettera sola, una sola ma al Mondo che non rispondeva.

Ero bambina, mi radeva la testa, Così non sudi, dicevano.
D’inverno la testa era un uovo sotto il berretto di lana, grossa. Caldo, in cima una palla era Marte, rosso e bollente sulla mia testa.
Bambino, tu come ti chiami? 
Lucia.
Vuoi più bene alla mamma o al papà?
Per Natale mi regalano il mitra.

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