LA GAZZA

La Gazza attraversa la strada sulle strisce pedonali, bianco su nero, come si fa a scuola (si faceva, anticamente) bianco del gesso sul nero della lavagna. La Gazza è bianca e nera, le sue penne rilucono nere come una pietra ultraterrena, attraversa zampettando in fretta, forse è ferita, forse per qualche motivo che non ci è dato sapere non può usare le ali.
Così, senza mani, attraversa la strada di asfalto, guardando a destra e a sinistra, come ci insegnano a fare da piccoli (sinistra e destra, ma ci sbagliamo sempre, rischiando la vita). La Gazza, sola, con le sue penne nere, lucide, il becco lucido, gli occhi neri che si confondono nel nero delle piume della testa affusolata, zampetta guardando circospetta il flusso del traffico, affrettandosi sulle strisce bianche su cui spicca come una scarpa di vernice, ma viva. Con le ali, che non può usare.
La Gazza è intelligente, altroché.
La Gazza ci ha studiati, osservati a lungo, capiti.
La Gazza potrebbe farci capire molto, e di molte cose, ma preferisce non abbassarsi alle parole: non saprebbe come articolarle, sono roba da umani, ambigua e ammaliante, stupida. Le strisce bianche sul nero sono intelligenti – dicono alle macchine di fermarsi, senza parole, senza voce. 

Dicono, dice.

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