COME

COME quando al bancone alto del sushi bar della Stazione Termini il rap spinto dalla filodiffusione cozza con la guerriglia sulla tastiera a mezza coda a istigazione del pubblico viaggiante – e degli psycho residenti on the premises, yes.
In piena era CCTV gli avventori che scattano click-click-click smartphoto ai sushi rolls restano candidamente ignari della tua penna che li infilza qui, sulla carta un po’ giallina di un quadernino da passeggio e in via d’estinzione.
Uno ha gli occhi azzurri e fa mmmmhhh, buona la salsa di soja, entusiasta – il compagno fa sì-sì con la testa e maneggia le bacchette con un certo virtuosismo da avventore consumato di take-away east-Asia.

Mi commuovono, uomini con bacchette e il crudo del salmone dissezionato live alle loro spalle dietro al vetro dell’industrioso piano di lavoro nero nipponico – potenzialmente più letale, il crudo, dell’ormai rodato virus.

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