NOOR

Altri tempi – erano altri tempi?

Nei giorni in cui infuriava la guerra nel mondo – ci sono stati giorni in cui la guerra non infuriava nel mondo? – Noor era infermiere al Guy’s Hospital, sorrideva benevolo, un po’ timido, ai compagni di classe. Aveva la testa e uno sguardo da animale sacrificale. Un giovane animale paziente ma non rassegnato, non del tutto, ce l’aveva fatta fino lì  – come lui.
Qualcuno dall’alto l’aveva assistito, amici l’avevano aiutato, donne avevano pregato dietro porte sprangate, per lui.
Era arrivato, aveva sentito la mano di quell’aria fredda in faccia come un tuffo nell’acqua giù dalla scogliera, il confine del suo nuovo paese, il limite.
Non era il più astuto, ma era arrivato.
Non era il più cattivo né il più buono, eppure aveva lasciato gli altri indietro. Li avrebbe rivisti?
Sapeva che non li avrebbe rivisti, non qui. Non in questo mondo.
Bellissimo – sfolgorante. Ricco. Veloce. Veloce e ricco. Ricchissimo.
In pace, forse. Di certo. 
In pace?
Gli altri non gli parlavano, lui sorrideva mite.
Non gli rivolgevano la parola: solo se costretti da un esercizio di grammatica in coppia facevano lo sforzo della gentilezza. Recitavano.
Grammatica in coppia: Noor imparava l’italiano ma era solo.
Non gli piaceva il Regno?, nessuno chiedeva.
Ma l’Italia è più bella, scandiva Noor nel pensiero guardandoli – i suoi compagni di corso – con l’occhio dell’animale che manca di parole, ma sa.
Dopo il buonanotte-grazie quelli scappavano via tirati dal filo elastico che il mattino seguente li avrebbe tratti fuori di casa e al lavoro, alcuni pazienti, altri più rassegnati che altro.
Noor sorrideva un saluto a occhio sincero, aperto alla fiducia di chi ha per scudo solo la gentilezza totale, unica acqua da bere quando gli altri hanno sete e anche tu.
Erano tempi aridi, giorni troppo brevi per precedere notti feconde.
Altri tempi che si credevano nuovi.

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