L’AMICA

L’amica scrive, ti telefona per comunicarti che scrive, ha intenzione di scrivere, sta scrivendo.
Che voglia di scrivere!, esclama a chiosa di ogni conversazione telefonica lunghissima, con lei sono sempre conversazioni telefoniche-fiume che sfociano in un estuario un po’ psicanalitico, o almeno di analisi del Mondo e della sua stupidità.
Così a detta dell’amica.
Come a dirti: 
Vedi? 
Ascolta che ti insegno qualche cosa.
Ti dico io la mia verità e tu non ascolti: ascolta!
L’amica cala spesso dall’alto – ma non lo fa per cattiveria, cattivi sono gli altri, te inclusa, che rendete il Mondo un posto non come desidera lei, l’Amica, con tanto slancio e volontà, un posto ricco, verde e molto omogeneo, insomma un po’ come la Svizzera, o almeno il Canton Ticino – lei cala dall’alto la sua.
Verità – opinione – scrittura?
Poi sogghigna, la senti sogghignare all’altro capo del filo,
ma lo fa come lo farebbe una bambina, senza malizia, senza acrimonia.
Per il gusto di burlarsi di chi, in assenza, non la pensa come lei.
Perché dovrebbe poi pensarla come lei, ti chiedi tu, che ascolti e ribatti come tiri di una partita a tennis, tu che mai hai preso in vita tua racchetta in mano.
Eppure rispondi e lei ti ascolta, o forse non ti ascolta ma smette di parlare quando tocca a te dire.
Ti ascolta, sì, e la risposta è spesso pertinente, se non spontanea.
L’Amica non è spontanea.
La spontaneità è molto sopravvalutata, no?
L’Amica pondera – misura – scorcia – ritaglia asole e cuce bottoni di raccordo.
Ama le zip.
Imbastisce plot scarni ma efficaci, quasi strategici, mirati a condurti là in quel punto dove eviteresti di trovarti con le spalle al muro. L’Amica è giornalista e il giornalista – per un tozzo di notizia – può mai avere pietà?
Non può.
Poi ti invita in quella libreria tutta vetrata e acciaio inox, quando vi vedete, e tu ordini una birra anche se lei beve acqua minerale e te la giura, sbattendo il vetro sul tovagliolo di carta riciclata a onta dell’aplomb tutto esibito al cospetto alle ultime novità della narrativa nostrana e non – come a dire:
Vedi?
Son superiore e non mi frega neanche un po’, di come vanno queste cose!
Intanto i cubetti sciolgono acqua sul parquet lucido, la fetta di limone langue sotto la suola da città.
Scruta un orizzonte inesistente, l’Amica, forse interiore, un orizzonte come a volerti elidere ma senza dirlo:
Quello che non è detto – o scritto – non esiste, vero?
Tu non esisti: non detta né scritta, sei solo un’ombra che presto salirà su un treno e sparirà.
A casa poi ti regala un libro, anzi due: 
Tieni, questo non mi è piaciuto, portalo a casa. 
E il secondo, un libro che parla di scrittura, un po’ come Ecrire di Marguerite Duras.Tanto, si sa che i giochi sono fatti e tu sei fuori, amica cara.
Sorride serafica dalla porta di casa sopra la linea di scarpe e ciabatte; poi l’ascensore fa clunk e tu scendi fuori nell’aria aperta della sera, un accenno di tramonto arancio o forse è solo un lampione allo xeno e, lassù in alto, la finestra che raccoglie, aperta, gli schiamazzi di chi si diverte e tira coca giù nel bar.
Di tanto in tanto l’Amica ti chiama, più spesso sei tu a farla sentire desiderata.
Che voglia di scrivere, ripete.
Non ti chiede se hai letto il libro, a lei non serve, perché lei, l’Amica, scrive già.
Sono parole che non la riguardano: l’amica è una professionista seria in un Mondo di cialtroni che millantano, mentre lei, lei fa. 
Anche nel suo Mondo del tutto verde, un po’ rarefatto e molto omogeneo, trova di cosa scrivere – un oggetto da rendere in parole, parole ordinate e non poco levigate, abrase dall’amore di chiarezza, tutte pulite. Un oggetto di dolore che la ispiri c’è sempre in quel suo Mondo editato dalle cialtronerie che puzzano di vita come mani sporche e unghie non lavate – un Mondo senza sbavature, non smagliato, color grigio perla, disperato.
All’Amica tu vuoi bene, un concetto arcaico, da Mondo contadino, sì…
Lì nella Vera Metropoli non si usa, certo è fuori moda, scaduto come uno yoghurt di latte autentico, latte vero dentro il bicchierino di polietilene espanso, disinfettato e bianco.
Riciclabile, in più.
Per un po’ non vi sentite, niente conversazioni telefoniche.
Niente fiumi che sfociano in estuari psicanalitici di detriti alla deriva, ma pur sempre da qualcun (altro) millantati.
L’Amica è pura e tu provi per lei quel sentimento arcaico; lei è donna del futuro, uranica e tenace, molto pragmatica. Non si concede a sentimenti tanto triviali e ovvi, certo anche un bel po’ banali.
Il bene è scaduto – un bene passato di moda – un uovo da collezionismo fuori tempo massimo, oro o no.
Ora si porta un cinismo pragmatico assai sofisticato 
un gessato rigido da bara, 
un’ingessatura dell’anima che tappa le falle dei sentimenti, di vergogna.
Si porta ora, come una faglia, la frattura che distanzia cuore e cervello.
Pacifica – anestetizza – fa di te imprendibile fortezza.
Per un po’ non vi sentite, niente conversazioni telefoniche.
Poi si riprende a uscire e le dici che sì,
hai scritto.
Senza dire Che voglia di scrivere!, e stirarti le vertebre come un gatto,
hai scritto anche tu un libro, forse un romanzo, chissà.

Romanzo?
Romanzo-non-romanzo… via.
L’Amica non risponde, tace certo in cerca delle parole giuste, quelle più vere e sofisticate per farti un augurio, complimentarsi.
Congratulazioni.
Che bello.
Bene.
Parole vere, perché no?
L’Amica è così felice da doverti salutare in fretta e furia, se ne dispiace, ne riparlerete un’altra volta, ha il latte sul fuoco. Lo yoghurt che si caglia dentro il frigorifero. La chiama il bucato dalla lavasciuga – mutande, candidi corpetti da arrampicatrice in ascensioni da bassa a media quota.
Roba umida da stendere sul filo.
Non brucia la felicità, arde quello che non è detto, quanto non è scritto consuma.
Anche l’Amica.
S.
O del cinismo enigmatico, a te.

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