DUE / rewind

Per il tuo compleanno vai ad Assisi.
Alla basilica del santo accendi due ceri.
Non sei credente, fa freddo, è inverno e i ristoranti sono tutti chiusi.
Che ci fai tu lì?
Riposta: è bello passare tra gli ulivi argento in treno; tira vento; il tramonto è viola e arancio; le stelle perforano il cielo nero. Hai bevuto due bicchieri di vino nella città fantasma, a qualcuno importa?
Compri due cartoline e quattro francobolli, esistono ancora, forse per gli stranieri in pellegrinaggio mistico, chissà.
Vaghi per le stradine spazzate dalla tramontana, la basilica inferiore attraversata da una corrente polare che taglia a filo di pelo il cappotto pesante, ci sei quasi solo tu, forse è martedì. Pensando ai tuoi libri a casa senti ardere una gran voglia di appiccare fuoco e bruciare tutto per scaldarti le mani, ha scopo quindi e quale, scrivere un libro?
Cupio disssolvi ma a fin di bene, il calore ci protegge e salva dalla polmonite.
L’amore è sempre la bestia più calda.
L’amore è sempre la bestia più calda?
L’amore è un asino che nasce per portare pesi, bestia da soma ceduta a chi se ne servirà tra colpi e umiliazioni. E guarda. Ci guarda. In fuga dal padrone violento e ubriaco finisce al circo e prova la sua intelligenza facendo conti matematici per il pubblico pagante; non dura molto ma basterà a guardare, guardare gli altri animali in gabbia che ricambiano il suo sguardo. Batte con lo zoccolo a terra, una due tre quattro volte e indovina il risultato dell’operazione: gli altri in silenzio lo guardano, riguardati.
Ci guardano, le bestie da soma dell’amore?
Quante, dove sono, come si chiamano?
O forse quello non è l’amore ma è quello che diventa quando lo misconosciamo.
Infatti tra fraintendimenti arrivi alla basilica nel sole freddo del mezzo giorno e con il cappotto pesante che ti grava sullo scheletro scendi gli scalini e nell’aria che brucia l’ossigeno dei ceri accesi accendi anche tu.
L’ultima volta era una sera umida e fuori dalla strada hai suonato il campanello non per entrare, sapevi che era impossibile, in quella città.
Per annunciarti.
Cosa ci facevi tu là, te l’eri chiesto?
Certo, e lo sapevi bene.
Al di là del citofono si buttava carta, divelta dalle coste diventava straccia a terra, poi con un cerino dava fuoco a tutto in mezzo alla sala da pranzo, spoglia e vuota salvo il televisore a schermo piatto acceso sul derby o qualcosa di simile tra il nastro della pubblicità e le previsioni meteo, cicloni e anticicloni delle Azzorre, ma non lì, lì no.
Lì il tempo era fermo, una stanza di Miss Havisham nelle ragnatele grosse, tarantole?
Altro che il ballo di San Vito.
Il lampadario di similcristallo (vetro) di Boemia lambito dalle fiamme del falò esplodeva in proiettili assassini ma tutti erano già ai ripari, i piromani della cartastraccia, come si definivano.
Eppure avevano letto, rinnegavano tutto?
Il citofono gracchiò che la festa era finita – è finita la pacchia!
Non capivi.
Era una mossa diversiva, strategica, che cosa?
L’amore non era la bestia più calda?
Lì fuori sul marciapiede di una via intestata a famoso pittore rinascimentale o quasi si gelava.
Si gela, hai detto al citofono, muto e forse anche sordo. 
Non era così, era solo autunno tardo, in una galleria o museo contemporaneo avevi visto delle corna di stambecco appese in alto ad indicare un’ascensione possibile ma solo astrattamente – era questo che voleva dire l’artista con quelle torri verticali e incoraggianti?
Una metafora, certo.
Al tuo buon cuore, diceva senza dire.
Al nostro buon, buon cuore caldo.
Di sangue.
Di sangue pulsante e denso.
Sangue che pulsa nell’ascesa.
Accendi due candele.
Prima una, poi l’altra in quella cripta satura di cera colata e bruciante. 
Fumo. Luce come a natale. Auguri formulati dentro il cranio come su uno schermo iperilluminato.
Bestia da soma che porta il carico, bestia da altura che trasporta solo sé stessa di roccia in roccia a balzi, cuore che pompa il sangue. 
Guarda giù in basso, sul fondo la cartastraccia arde alte vampate di fuoco, sopra la roccia dura la neve.
Compri due cartoline e quattro francobolli per turisti in mistico pellegrinaggio.
Fa ridere, ti chiedi ma non ridi, puoi resistere se vuoi anche senza ridere.
Tra rosari e santini vedi la pubblicità di un ristorante: chiuso.
Poi un altro: chiuso anche quello.
Mangi lasagne dentro un’enoteca stipata di bottiglioni d’olio, il bagno dietro una parete di cartongesso semovente, entri a testa bassa, lasci il cappotto pesante fuori, non c’è il riscaldamento e la porta è aperta sul corso percorso dalla tramontana.
La cameriera è dell’Est, le lasagne al microonde. 
Sa tutto del santo e degli affreschi in eterni colori rosa gialli rosso e blu lapislazzuli.
Blu lapislazzuli, e dice la-pis-la-zulì e sorride mentre conta il fondo cassa.
Brindate alla salute e alla forza mistica del poverello che ha conquistato il mondo parlando con lupi e uccelli e anche con gli umani e il papa altrimenti non si spiegherebbe la fortuna, né il successo, né l’ascesa né le due basiliche – superiore e inferiore, con tanto di pellegrini internazionali anche nell’estate rovente, quando accendere candele è impossibile e vietato.
Mi regala uno scorzone bitorzoluto, la cameriera dell’Est. Lo metto in tasca, dove lo ritroverò il giorno delle ceneri, neanche farlo apposta.
Ho acceso due candele e non me ne spiego la ragione, oppure sì, a pensarci bene, masticando le lasagne al microonde ho avuto una minima illuminazione: che sia il tuo numero, il due? Ma non solo io e te, anche me e me: il doppio lo si porta dentro come per uno specchio innato, creato per partenogenesi.
Come dire che sei il due di te stessa. Come chi nasce dalla testa del padre, tu sei nata da quella della madre, ovvero, in absentia, la tua.
Non è cosa da poco.
Alla fine, è o non è il tuo compleanno?
E no: non ti serve qualcuno con cui parlare.
Tu sei la persona a cui chi ha bisogno di parlare parla, per la legge aurea della reciprocità.

(Come tutto quanto pubblicato su http://www.scatolavuota.com, i diritti sono di Michela Pezzarini)

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