VENERANDO

La notte, ci piaceva la notte.
La notte ci muovevamo come grossi gatti alla caccia, pantere a caccia di tardone, così le chiamavamo, così ci piaceva immaginarci.
Loro, unte e bistrate, bionde tinte e ingriffate sfilavano in solitaria lungo la Galleria di vetrine accese, dehors di cristalli, acquari salmone e vini in effervescenza – loro in estro ormonale, il collo arcuato del piede sul tacco, l’ammicco, l’unghia vermiglia.
Noi gattacci di periferia che ci davamo arie da bulli, da grandi, da snob.
Loro messe giù da combattimento come galli sul ring, le gallinacce fan buon brodo.
Noi fianchi stretti, orologio gold-plated sul polso, fidanzate a casa a guardare Canale 5-Italia 1, tutta quella pubblicità, domani interrogano, ho l’ansia.
Loro pugili a rendez-vous d’occasione, paghi due prendi tre, il tempo passa le mamme imbiancano, bel giovine ho la plastica, sai?
Cash-in-hand come al cash-and-carry, signore!, lesti ribattevamo con la punteggiatura, una virgola, un punto e mezzo esclamativo, senza esagerare: permalosissime.
Complimenti, complimenti su misura, il tacco, la calza, il culo, il resto a seconda della stagione, carni bianche o rosse, spezzatini. Allungavamo le mani, contavamo rughe, sottolineavamo zampe di gallina espressiva, dicevamo Sei bella, bella, bella mentre il cameriere supponente mesceva neanche a Buckingham Palace il maggiordomo della regina.
Loro altere e posticce ridevano, farle ridere era arte non facile, non per i deboli e noi lo eravamo, accompagnatori per vocazione di cuore: loro spalancavano bocche, digrignavano fauci, saettavano lingue sul vetro salato del margarita gettando sguardi veloci attraverso il cristallo che ci esibiva al mondo di fuori, la Galleria.
Al Centro, la Galleria.
Ci esibivamo lì, davanti agli specchi, giovani a caccia.
Accompagnatori.
Giovani, magri.
Di periferia.
Risalivamo la corrente centripeta, tutte le strade del venerdì sera portano alla Galleria, venerdì sera, che moda è qualcuno chiedeva, padri o madri spettatori di Canale 5-Italia 1, noi fuori, lontani già dentro la Galleria.
Belli, giovani.
Cash-in-hand.
Belli, giovani.
Brillanti.
Belli, giovani.
Brilli.
Belli, giovani.
Amanti.
Ma cosa fate in giro di notte! – nei pericoli! – bevete? – a finire male, va! – bevete? – male!
Le tardone avevano età non distanti da madri e zie di campagna giù al Sud, donne intoccabili e pure, bellissime. Massimamente edipici, offrivamo per svago servigi a già Vecchie più giovani delle parenti di giù off limits senza pudore o vergogna, inconsapevoli?
Dei nostri veri falsi amori sbandieravamo solo cifre, storielle, scontrini.
Esibivamo arrogante indifferenza in turpiloquio da trivio.
Fatti e misfatti il giorno dopo erano passati al setaccio, misurati, quantificati alla notte.
La notte, ci piaceva la notte.
E poi a casa anche noi sfigati avevamo fidanzate, io, almeno. 
Gli altri babbi non so.
Io vivevo di nulla: niente studi, niente sostanza, niente cultura.
Nada de nada.
Non brillante e neanche tanto bello, sottopeso macilento come un mangiadebiti diceva zio Orazio, quello che ci aveva salvati tutti con la Litostamperia (trade mark, marchio registrato) in via Molino delle Armi, amico dei compagni socialisti quando la città di M. era ancora la città da Bere, del carciofo del Cynar, l’alcolico che ti fa digerire anche i sassi, non brillante io facevo il brillante.
A casa, io, avevo la fidanzatina.
Sì.
Una seria che studiava… – liceo! Mi piaceva, sì, l’idea di potermi dare delle arie.
Snob, si sarebbe detto.
Chi, io?
Nato nelle Case di un Ministero senza servizio pulizie né portierato, le cantine un covo di ratti, le scale sotto la polvere dei secoli, zona Barona, sì perché? 
Non è mica Quarto Oggiaro.
Eppure era un grande amore.
I fine settimana uscivo per la pila con Tardone varie o qualche trans amico-a direttamente da Rio (tutti di Rio, erano, su via Melchiorre Gioia nella città di M., la città europea, la città da bere?). Con quelle mance mi compravo completi alla Talking Heads da Eliogabalo neanche fossi David Byrne.
Ero meglio, io.
In giro per intenerire fregna raccontavo di soffrire di anemia mediterranea, sì.
Mi pagavano il cachet anche per il mal di testa, avevano capito come girava.
Girava bene, anche.
Finché lei, la fidanzatina – la stronza – non mi lasciò. 
La Stronza.
Andata in Inghilterra a studiare inglese – ma chi si credeva?
Di essere.
Stanco, depresso, persi tutti i capelli. La testa ragionava, io no. Le spedii raccomandata senza ricevuta di ritorno (costava) una busta farcita di autoscatti – nell’era analogica della stampa con l’ingranditore in camera oscura e tutto, solo i fuori di testa si scattavano foto da Onan.
Io ero uno di quelli. Un antesignano.
Nel bianco e nero piangevo e scalciavo sul letto singolo nella cameretta che condividevo con i miei fratelli come un kamikaze (molto) poco coraggioso.
Mi strappavo i pochi capelli.
Ululavo. 
Ma non si sentiva.
Affrancai all’ufficio postale, l’addetta sorrise, mi strizzò l’occhio come a dire: 
Vai, valà, che sei una sagoma!
Zio Orazio disse che per scopare non serviva andare a Udine: non c’era fregna abbastanza nella città di M.?
Sarà stato così. Ma a me toccava andare in via Melchiorre Gioia con le amiche trans o, mal che andava, con le Tardone in Galleria. Donne più vecchie di mia madre, che si teneva bene con la Nivea e le crespelle fritte per la famiglia riunita al desco, eravamo sei più lei, la fidanzatina, la Stronza che faceva sette prima di andarsene for ever.
For ever.
Quando tornò, era tardi ormai.
Ci lasciammo mesi dopo.
L’amavo tanto ma perché non capiva che la vita era dura nella città di M. e bisognava lavorare?
Altro che Università.
Altro che Dante.
Altro che Cultura.
Alla Barona all’epoca la sera passava la volante della polizia e ci chiedeva i documenti, a noi babbi sul marciapiede sotto casa a parlare del più, e del meno.
E lei diceva Dante, Shakespeare, Università?
Spedii la raccomandata zeppa di autoscatti autolesionisti.
Non ebbi risposta.
Poi, dopo un anno le telefonai. Sì, per il compleanno. Il mio. Tanti auguri a me. 
Non avevo capito niente.
Mi rispose: ho voluto bene a uno che si chiamava come te, uno che è morto.
Mi si ghiacciò il sangue nelle vene.
Ciao, dissi. 
O forse neanche quello. Non sono mai stato bravo nei commiati, io.
Non sono mai stato bravo, ma con le Tardone sì, loro mi adoravano.
Ci adoravano, noi accompagnatori, esotici per loro, anche senza tatuaggi come All-Blacks maori.

DI MICHELA PEZZARINI – DIRITTI RISERVATI.

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