301 – LA CARICA DEI

Un amico, inguaiato con i vizi, ti chiese cinque.
Per pura bontà di cuore sganciasti 300 e 1, ma anche il fondo perduto è sempre ritrovato – lost & found, ci insegna la regina B (for Betty).
L’amico inguaiato stava male – invece della canna del gas, svenne nel letto di un’amica.
Sali.
Cognac.
Sambuca Molinari con la mosca.
La Croce Rossa rifiutò aiuto, aizzata da un’altra amica intraprendente che, sagace, confessò soprusi e abusi al telefono amico della Questura.
L’amico inguaiato si adontò.
Scrisse dalla redazione del tabloid più nostrano – più tabloid di esso, nessuno – parole di fuoco degne addirittura di una Vanna Marchi.
Minacciarono, gli amici, di allertare la Procura.
Si tacque.
Sedicente libero, incatenato al tavolo da cucina stava come il cane alla gamba – piede – del legittimo padrone. L’amicizia è cosa dura a digerirsi per natura.
Frattanto si appellò in corner alla convenzione di Ginevra – non dire, non fare, nemmeno baciare. Lettera e Testamento mancavano soltanto. Chissà cosa aveva capito.
Fumati – o bevuti – i 301 in un cri-cri, l’amico inguaiato si acquietò.
La catena segava la caviglia, mai una gioia neanche ai reietti.
Reprobi ma non tanto confessi?
Chi ulula alla luna non guarda – né morde – il dito!

§

Leoncini da qwerty, di voi lo zoo è stracolmo, diceva la cartolina degli auguri.
Oltre che:

Auguri.

MATRIMONIO 61

Quella volta alla festa delle lettere andasti a raccogliere alla stazione dei taxi di Venezia il grande scrittore ornitologo, quello delle correzioni.
Ma niente da dire, ti accolse con un grugnito da jet-lag e si addormentò sul sedie posteriore, sbronzo, mentre l’autista con la lombosciatalgia cercava il tuo ginocchio oltre il cambio.
Originalità.
A cena l’astro nascente dell’Ungheria – Buda, non Pest, Buda! – ti presentò amici in cambio di presenza – da Brixton il famoso che per pura fama accusò (su un giornale nazionale) l’autore di London Fields di essere come un vecchio zio scoperto a calarsi i pantaloni davanti ai piccoli del campo giochi. Gross.
Peraltro senza ottenere risposta alcuna dal rivale superiore in causa – there is a God and is not blind, nor deaf.
La stella cometa ungherese – correva l’anno di poca grazia 2003 o 2004 – tra un Laphroaig e una tequila a spese dell’organizzazione cooperativa dichiarò (cito) che A.S. Byatt era too clever for her own good.
O era il suo amico poliziesco Dibdin?
Che certo definì i suoi amici umbri sheep-shagging in-bred yokels, dagli anni di lettorato all’università di Perugia. Questo prima di sbattere testa e ginocchio ruzzolando sotto il tavolo di ritorno dalla toilette occupata.
Nessuno alzò dito o batté ciglio.
Il brixtonian mio concittadino – lui scriveva libri solo per persone poco stupide – esibì sovrana indifferenza da sotto la polo nera.
La meteora ungherese era too far gone per commentare.
Chiesi al barista la scatola dei cerotti – Ma non vanno a letto?, chiese guardando la lancetta lenta sui numeri piccoli.
Son scrittori, raccolgono materia come funghi – dissi materia per materiale e presi anche il mercurocromo.
Bruciava, sì.

§

Quell’edizione della festa delle lettere conoscesti anche un pupillo di Baricco, un sedicente montanaro che scriveva anche lui polizieschi e si vantava di averne una in ogni porto di mare, neanche Querelle de Brest.
Si capiva dal parterre che la fantasia galoppava, ma lui adamantino ripeteva la sua preghiera ben poco seduttoria. Ti offrì una birra in piazza, ordinasti un gin-tonic, tanto per andare sul sicuro.
Poi ti ritirasti per la notte dalle Suore – le verdure crude ti avevano dato la diarrea.
Viva la festa!
Viva le lettere!

§

L’agente di qualcun altro ti aveva consigliato l’evento 56 – o 69.
Peccato fosse un nano, peraltro anche maligno.

§

Alla cena la sera successiva Faletti umiliò a distanza il suo giardiniere deficiente, tutti risero mentre teneva banco, soprattutto quella della Casa Editrice fallita e rinata mille volte dalle sue ceneri come araba fenisce – si vede che si sentiva sola, vai a sapere.

§

Dalla Suore tutto bene – colazione alle 7 e orazioni a seguire.

§

Vedesti Doris Lessing: con il grembiulone della donna delle pulizie e la crocchia grigia evitava di restare folgorata dai cristalli e dalla giacca iridescente della Inge testarossa che cantava le sue lodi a un banco di giornalisti e flash.
Ma era già l’ultimo giorno e il tuo cuore volgeva al disìo di rientrare, sola e senza parole.
Silenzio, anelavi.

§

La notte prima di andartene, un sogno.
Due 61enni annunciano il loro matrimonio.
Lui veste l’abito bianco. Un due pezzi senza collo che lo insacca come un fagotto, o mortadella.
Lei è vergine. Bilancia di segno zodiacale, scorpio lui.
Armonia e perseveranza.
È morta la madre e lui ha bisogno di una nuova àncora di sicurezza esistenziale.
Lei non sa dove si sta cacciando – o forse sì, l’inconscio non è un burlone?
Accendo il candeliere, dico una preghiera per il DNA.
Martin Amis non aveva neanche risposto.

RAT MAN

ISPEZIONO’ L’EVIDENZA DEGLI INDIZI:
ASSI SMANGIATE, TRAFORI INCISI,
I RESTI DI UNA PIANTA DI PEPERONCINO
(SOLO UN MOZZICONE VERDOLINO).
CI SPIEGO’ I PRO E I CONTRO
DI VELENO, COLLA, TRAPPOLE A SCATTO.
IMMAGINAMMO UN TOPO BEN PRECISO,
SOLO, AFFAMATO, BRUNASTRO GRIGIO.
L’UOMO DEI TOPI FINI’ IL SUO TE’.
SOGNAVA
LA DEA DEI TOPI 
NEL SUO TEMPIO IN RAJASTHAN
TRA ANTICHE COLONNE DI MARMO
E PORTALI D’ARGENTO MASSICCIO.

(Mina Gorji – RAT MAN, from THE ART OF ESCAPE, Carcanet Press, 2020)

IL MITRA

Strappa da te la vanità – anzi, la verità.

Dentro di me un soldato – ardo del fuoco di guerra, sono stato molte volte in battaglia, eppure –
come l’agente Cooper in Twin Peaks – agente speciale: l’FBI sono io! – ti svegli nel bosco una foresta, mai visti tanti alberi insieme. Il colore è verde, foglie frusciano alte contro il cielo, sento l’odore della terra, umido e duro sotto la schiena all’addiaccio, come la lepre sto nel covo al riparo di cespugli o ciuffi d’erba sotto il cielo aperto a riposare, quando è giorno.
Ho la schiena rotta.
Il ventre vuoto, le gambe come le gambe dell’Uomo di Latta senza cuore ma ce l’ha, nella scatola del petto batte forte tùm – tu-tùm – tùm, un tamburo tra le truppe in sosta forzata di una marcia forzata nell’ascesa.
Poi si scende ma non sai mai quando, quanto passerai sotto le stelle, accese se va bene ma fa freddo, gela.
Chi porta le scarpine rosse?
Perché penso a questo, mi domando.
Dentro gli scarponi non sento i piedi eppure è giorno, mastico il tozzo di pane, bevo l’acqua. Qualcuno passa un thermos, caffè, vietato accendere fuochi.
Vietato parlare.
Chiudo gli occhi, guardo oltre il verde sopra me.
Ero bambina, mi tagliava i capelli. Corti, cortissimi.  Così non sudi, in inverno un berretto di lana a evitare la polmonite. Dal bonsai si impara presto. Tagliare, contorcere, costringere. La vita cosa credi, fare agli altri. Cedere oppure opporsi, lottare.
Guardavo, non parlavo. La parola è arrivata dopo, c’era chi parlava per me.
In marcia, siamo una truppa sparuta, quattro gatti armati.
Muoversi – muoversi!
Avanti – marsch!
Non sento i piedi, vado. Dall’alto corri nudo nudo, nudo alla meta, corri nudo dice, ripete. Questo o altro, non so. Lo sento, seguo gli altri, marciano avanti. Quale meta?
Marciamo da giorni, da sempre.
Dove si va? Si va avanti. Si sale, quando c’è luce. Poi si dorme sulla terra, avvolti nella coperta, la testa sullo zaino, gli scarponi ai piedi. Sul petto tra le braccia l’arma, dove scorre il sangue. Scorre il sangue, finisce nella terra. Dentro le scarpe. 
Qualcuno – ma chi? – porta scarpine rosse. I piedi infilati nelle scarpine rosse. Magia.
Sotto le suole grosse sassi, pietre.
Sopra stelle che non si vedono, foglie, ultrasuoni.
Animali che dicono cose che nessuno capisce, di giorno.
Ordini, silenzi.
Sigarette non fumate, quello che non ti uccide ti ingrassa. Così si tempra, dice la Madre. 
Poco dura alla sua penna tempra, Dante. Imparare dai Grandi – se impari dai Grandi ti prepari a diventare grande anche tu. Prova a diventare grande, e vedrai. 
Farsi il culo, dicono, quelli alla scrivania. Unghie pulite, decaffeinati, penne alla mano, tra pollice e indice, forse anche il medio. Tasti con lettere, numeri, parole che scrivono, beati. Beati loro.
Uccide più una parola di, che una raffica di. Dove, su quale pianeta?
Una raffica di parole, non siete mica pacifisti. 
Sparate a salve per spaventare chi, il Nemico?
Conoscerlo, il nemico. Nudo, nudo alla meta.
Scrivete questo: nudo alla meta.
Stringo l’arma sul cuore, scorre il sangue, pompano vene arterie le coronarie come spine, inalo giù forte spingo la luce ultravioletta, la bevo profonda dal pozzo, questa è l’acqua e questo è il pozzo, spingo giù nei polmoni irrorati di sangue anche loro, tutto dentro è rosso, rosso e bagnato. Sguazzano gli organi nel loro mare salato, azoto, potassio, molecole che non si dissolvono, mai.
Sei forte, ti scindi in molecole appena non ne puoi più. Anche tu.

A occhi asciutti ti interrano, batte la pala sul duro del fondo, strappa radici.
Nel buco finisci, non senti freddo, né mani né piedi. La terra dentro la bocca, negli occhi, in fondo alle orecchie, ti mangiano piano, ti digeriscono. Diventi altra cosa, cose, tanti anche se eri uno, come le stelle, materia. Energia – elettroni, protoni, si attraggono, respingono. Muovono, commuovono. Quelli alla scrivania con i tasti sotto le dita, manca loro punteggiatura per dire. Non le parole ma i segni magici che connettono quello con questo scarseggiano, bisogna inventarli. 
Per dire esatto tieni solo i segni più semplici. Gli altri ancora non hanno forma, sono nel vuoto, nelle pause, nell’intonazione del dire.
Commuove l’energia animale più di quella atmosferica, scarica la folgore, allora si piange sul fuoco. Sul fuoco versato.
Esplode la raffica, qui solo a parole. Dovresti togliere anche le virgole tenere solo il trattino – un taglio. Così. 
Lo sapeva bene la Piccola, armata nella sua camera sorella di claustrofobia telegrafava col Mondo, senza che il Mondo sapesse. Sapesse mai troppo.
Scrisse una lettera sola, una sola ma al Mondo che non rispondeva.

Ero bambina, mi radeva la testa, Così non sudi, dicevano.
D’inverno la testa era un uovo sotto il berretto di lana, grossa. Caldo, in cima una palla era Marte, rosso e bollente sulla mia testa.
Bambino, tu come ti chiami? 
Lucia.
Vuoi più bene alla mamma o al papà?
Per Natale mi regalano il mitra.

AGLI STALKER

PRIMA O POI LA FINIRETE – IN UN MODO O NELL’ALTRO

OZ
IL PAESAGGIO SONORO DELLA
VITA DEGLI ALTRI – QUANDO 
LO STALKER ERA UN MISERO
SPIONE – RESTAVA TERRA IN
COGNITA (SE NON SI ERA A
 LIBRO PAGA DI STASI O KGB). 
OGGI LO STALKER È OZ  
IL MAGO CHE NON SA FARE
NIENTE, NEANCHE BOLLIRE
L’UOVO PER LA CENA A LUME
DI CANDELA CON SÉ STESSO. 
AMA IL TUO STALKER REO O
NON CONFESSO: È STATO AN
CHE LUI UN UN DOLCE RAGA
ZZINO*.
*massacrato da BABBO NATALE


L(U)OGO COMUNE
A FURIA DI SCHIACCIARE TESTE 
AI CHIODI, AVEVA DESERTIFICATO
L’ HABITAT – DOMESTICO SI AGGI
RAVA TRA LE PARETI VERDEGGIA
NTI COME PUMA MATTO TRATTO
DA CORDE AL SUO DESTINO
DI UOMO DI LATTA AVIDO DI
DONNE-SALSICCE PAVIDO.
TUTTA UNA FESTA!

B
L’AMICA TI INVITA A CENA 
POI A TEATRO O AL CINE –
MARITO VIA, BAMBINO DAL
LA NONNA. DALLA CAMERA
DEGLI OSPITI – VIVI IN UN
ALTRA CITTÁ – LA SENTI
RAMENARSI NEL LETTO
OLTRE LA SIEPE.
CONTI LE PECORE, DORMI.
IL GIORNO DOPO SBATTE
IL TUO ASCIUGAMANO NEL
LA LAVASCIUGA, A COLAZIO
NE NON TI OFFRE NIENTE
E NEL FRIGO NON C’È SOLO
UN’ACCIUGA.


LEI, LÀ

MI PIACE LA SUA POSTURA DI RAGAZZA
ACQUA E SAPONE DELLA PORTA ACCAN
TO, INNOCUA E SERVIZIEVOLE, PRONTA
AD ANTICIPARTI ZUCCHERO E SALE E A
DARE L’ACQUA ALLE TUE PIANTE QUAN
DO SEI IN VIAGGIO, A RINCUORARTI PER
UNA PENA D’AMORE CHE LE E’ ESTRANE
A – GRATUITAMENTE, PER IL BUON VICI
NATO. MA SE SOLO SGARRA E FA GLI AF
FARI SUOI PER UNA VOLTA, DIVENTA AN
CHE LEI UNA GRAN STRONZA.

L’UOVO

Tua sorella è morta e ti ritrovi in casa tua figlia. 
Ha quel modo di scuotere i fili dei capelli dal viso, dalle spalle che è un dispetto.
Con le unghie piccole a conchiglia stringe le punte delle dita attorno al cucchiaino, dall’uovo si porta alle labbra il tuorlo liquido, irrita come ammoniaca, napalm.
Guarda fuori cosa guarda, il bel niente non c’è niente da guardare e lei guarda, l’uccellino sul davanzale, a bocca aperta sogna, perde tempo persa nei suoi sogni, beata lei, beata.
Tua sorella è morta e te la ritrovi in casa come un tesoro. Dicono che il tesoro è dentro, dentro di noi ma se è così vicino perché è tanto difficile trovarlo, perché tanto difficile raggiungerlo?
Una è morta, trovi lei, il faccino aperto e chiuso, occhi neri sul bianco, ovale, quasi la faccia dell’altra, la sorella morta senza figli, amata solo dal cane, morto anche lui.
Why does my heart /beat so bad? canta la radio intanto. Why does my soul /eccetera.

La sorella non c’è più, te la ritrovi in casa. Muta, fumi davanti alla finestra, tua figlia guarda fuori.
Prima di morire, prima della volta buona, tua sorella l’avevi vista vivere con la persona bellissima nella città lontana – una città grande si percorreva in alto ad autobus, pioveva. La persona bellissima era uno di famiglia, aveva detto un marito che la sapeva lunga sui legami, specie di sangue.
Leggerai queste parole, ma non sei tu la sorella?
Che comunque è morta, dei morti si parla poco e si dice sempre bene secondo tradizione, o male ma dietro porte chiuse, in ovvia assenza. Nell’intimo di cucine dai muri gialli, piccole. Il giallo è il colore del tuorlo, il tuorlo è il colore dell’oro, l’oro è il colore dell’invidia motore del Mondo, a prestarle un orecchio di fretta.
La figlia è davanti alla finestra aperta.
Il davanzale un invito a fermarsi o partire, senza ali precipitare. Fumare ti fa male, la vita bene non fa sempre neppure lei, lo sai. Ma non dici.
Dovresti dirlo – dillo!
Taci, ti asciughi le mani sul grembiule.
La persona bellissima parlava la lingua dell’amore, un’altra lingua. Come le canzoni.
La sorella se n’è andata, l’ha lasciata là da qualche parte, qualcun altro ascolterà. Poi si è ammalata, è morta – non si è ammalata, è morta lo stesso.
Da fuori non entra niente solo aria umida.
Cosa guarda – l’aria umida?
Pazienza, datemi tanta pazienza.
Intinge un bocconcino di pane nell’uovo, è bambina ma ha il potere della morta, la morta è lì e non intende andarsene. Chi la pensa mai?
Pensala meno, meno di meno, ancora meno. Nutrila da dentro, guardala in tua figlia.
Non dice quanto sente ma dice i suoi pensieri, idee che tu non sai.
Ti manca?
Non ti manca.
Meglio senza.
Accendi, espiri.
Ditine intingono, portano alla bocca.
Hai partorito – chi è nato – è nata tua sorella.
Non subito, la matrice ama nascondersi e la prima lettera non si dice, diventa altro nel tempo.
Imbambolata – cosa guarda?
Guarda quello che fai – Alza i piedi quando cammini – Cadi – Parla chiaro – Alza la voce – Non ti sento! Quella è la porta. Quella è la porta, chiusa a chiave da dentro.
La finestra è sempre aperta sul mondo umido, tutta acqua infiammabile, alcol.
E’ acqua impossibile il mare, la pioggia ti dice tua figlia, le rispondi distratta.
Allora scrive un biglietto, lo nasconde sotto l’uovo, il portauovo.
Il fazzoletto parla meglio di te.
È morta la sorella, in casa c’è tua figlia amata come nessuno prima mai: se avessi avuto maschi non avrei saputo come fare, hai detto. Ripeterai negli anni.
Meno male che siete femmine, almeno voi.
Meno male che è andata via. Si respira.
Mamma, dice la bambina e si lega i capelli, si alza da tavola, va.
Guardi il cucchiaino, il guscio vuoto, un minuscolo origami.
Gru in volo.
Svuoti nel secchiaio il bacile dell’acqua sporca, gorgoglia giù nello scarico, schiuma e tutto, pulita. 
Come ti piace l’uovo? Quasi crudo e con due grani di sale.
Due di numero.